Durante il biennio pandemico la domanda mondiale di olio d’oliva vergine e extra-vergine ha sperimentato una nuova fase di crescita, superando la difficile traiettoria che aveva caratterizzato il prodotto nel 2019. Infatti, a fronte di una di contrazione del 7% su base tendenziale nel 2019, nel biennio 2020-2021 la domanda mondiale ha registrato un significativo balzo in avanti, superando i livelli del 2018 e chiudendo il 2021 a quota 6.3 miliardi di euro (+5.3% rispetto al 2018).

La maggiore attenzione del consumatore verso alimenti sani e sostenibili, influenzata anche dallo scoppio dell’emergenza sanitaria, nonché la diffusione di numerosi studi scientifici che mostrano gli effetti positivi sulla salute associati al consumo di olio d’oliva, sembrano aver dato una nuova spinta propulsiva alla domanda di questo prodotto in tutto il mondo.

 

Analisi dei mercati target

 

Guardando al periodo 2018-2021, la mappa che segue permette di restituire a colpo d'occhio la geografia dei mercati che hanno segnalato gli incrementi maggiori in termini assoluti: la dimensione della ball è dunque proporzionale all'incremento registrato per le importazioni del paese.

 

La crescita della domanda di olio d’oliva vergine e extra-vergine risulta disomogenea. A fronte di una contrazione delle importazioni di alcuni storici mercati (come Stati Uniti, Italia e Spagna), altri paesi hanno via via mostrato un progressivo incremento della propria domanda, testimoniando quindi uno spostamento delle opportunità al di fuori della tradizionale orbita di riferimento.

Particolarmente trainante risulta la domanda del Vecchio Continente, in cui i maggiori incrementi in termini di valore assoluto si concentrano non solo tra i paesi occidentali, ma anche in tutta l’area centro-orientale. 

Una menzione specifica merita il forte dinamismo che ha caratterizzando il mercato turco, il paese che più di tutti ha aumentato la sua domanda, passando dai 7 milioni di euro del 2018 ai 70 milioni del 2021. Seguono, a netta distanza, il Portogallo (+44.5 milioni di euro), la Germania (+44.1 milioni di euro) e la Francia (+16.5 milioni di euro), il cui import in termini di valori è tuttavia ancora superiore a quello della Turchia.


Nell'area Asia-Pacifico è la Corea del Sud a segnare l'incremento più significativo (+16 milioni di euro), sebbene Giappone e Cina rimangano i principali paesi di destinazione del prodotto, registrando oltre 100 milioni di euro di import nel 2021.

Guardando infine oltreoceano, il maggiore importatore di olio d’oliva vergine ed EVO risultano senza dubbio gli Stati Uniti: nonostante l’attuale fase di debolezza della domanda rispetto ai livelli del 2018, nel 2021 gli USA hanno in ogni caso superato i 900 milioni di euro di import, conservando il secondo posto nella classifica dei principali importatori su scala mondiale. Stesso discorso per il mercato brasiliano che, con oltre 300 milioni di euro di import nel 2021, si posiziona tra i primi cinque paesi importatori. Altri paesi di dimensioni minori, ma con significativi spazi di crescita dei consumi, sono Messico (+6.5 milioni di euro), Colombia (+4.5 milioni di euro) e Canada (+2.2 milioni di euro), seguiti a distanza da altri mercati minori del Centro America.

 

Il posizionamento del Belpaese nell’arena competitiva

 

In questo contesto di trasformazione della domanda, quali paesi esportatori hanno maggiormente colto le opportunità del mercato? 

Essendo un alimento cardine della dieta mediterranea, l’olio d’oliva rappresenta un prodotto di primario interesse per l’Italia, del quale il nostro paese costituisce il primo consumatore ed il secondo esportatore su scala mondiale dietro alla Spagna, toccando quota 1.3 miliardi di euro nel 2021.

 

Come evidenziato dal grafico (Fig. 3), congiuntamente Spagna e Italia rappresentano quasi la totalità delle esportazioni mondiali del prodotto, coprendo oltre il 60% della domanda mondiale nel 2021. Gli altri maggiori player sul mercato si trovano a loro volta nel bacino del Mediterraneo, patria naturale dell’olio d’oliva: si tratta di Grecia, Portogallo e Tunisia, ognuno dei quali detiene attualmente una market share inferiore al 10%. Focalizzando la nostra attenzione sulle dinamiche di lungo periodo, emerge con chiarezza un'accresciuta rilevanza del Portogallo nel periodo tra il 2004 e il 2019, a fronte di una diffusa perdita e stagnazione della competitività tra gli altri principali competitor; ciò sembrerebbe quindi testimoniare un maggiore slancio delle imprese portoghesi nell’individuazione di nuovi mercati di sbocco.

 

La perdita di quote di commercio mondiale dell'Italia deve esser letta in relazione alle difficoltà incontrate dal Bel Paese nella produzione di olive. Negli ultimi 30 anni, infatti, la produzione di olive in Italia è passata dalle 674 mila tonnellate della campagna 1991-1992, alle 315 mila del 2021-2022.  Per preservare valori elevati di esportazioni olearie, le imprese italiane hanno quindi dovuto rivolgersi alle importazioni di olive, raddoppiate in questo secolo.

 

Alla luce di quanto osservato, per l’industria olearia nazionale risulta comunque fondamentale riuscire a cogliere i nuovi spazi di crescita legati all’aumento della domanda nei mercati “non tradizionali”, in modo da mantenere il proprio ruolo di leader e non lasciarsi spiazzare né dal diretto competitor spagnolo, né dai nuovi produttori che stanno emergendo nel panorama mondiale. Secondo l’ISMEA (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), il punto di forza su cui le imprese italiane possono puntare è sicuramente la qualità: tra gli oltre 100 oli di qualità riconosciuti dall’UE rientrano 46 prodotti italiani, elemento che testimonia come l’Italia presidi la fascia alta nell’industria olearia europea. D’altro canto, le difficoltà legate alla valorizzazione di prodotti DOP e IGP risiedono nel fatto che spesso per i consumatori non è immediato percepire il surplus di qualità che si nasconde dietro ad una denominazione di origine.

Il mantenimento dell'attuale posizionamento sui mercati mondiali non può però prescindere da un recupero della produzione italiana di olive. In questo quadro si inserisce il recente intervento del governo italiano volto a finanziare, con 30 milioni di euro, la realizzazione di nuovi oliveti e l'ammodernamento di impianti esistenti.