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Approvvigionamenti e cibi sicuri. La doppia sfida dell’agricoltura

Il conflitto in Ucraina ha messo in luce la vulnerabilità delle catene di fornitura globali. Nella Ue esiste un regolamento specifico per garantire le caratteristiche qualitative degli alimenti, mentre l’Efsa (e l’Icqrf in Italia) vigilano sulla qualità dei prodotti.

Due tematiche che ruotano attorno a concetti distinti, ma in qualche modo complementari. Essenziali per una corretta gestione di sistemi alimentari complessi. Parliamo genericamente di sicurezza alimentare, ma nella doppia accezione di “Food Security” e “Food Safety.”  Termini riferiti ad ambiti disciplinari specifici e demarcati, che rappresentano, comunque, due facce della stessa medaglia.

Il tema della Security, relativo alla sicurezza degli approvvigionamenti alimentari (aspetto quantitativo) implica questioni globali, come il cambiamento climatico o le crisi geopolitiche, le cui implicazioni determinano squilibri anche rilevanti nella disponibilità e nell’accessibilità al cibo.  Il conflitto in Ucraina, che tutt’ora costituisce un elemento di forte preoccupazione, ha evidenziato la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali e la dipendenza dei Paesi Ue dalle importazioni di commodity agricole e di mezzi tecnici, in particolare di fertilizzanti, dall’area del Mar Nero. Fragilità che Bruxelles sta provando ad arginare con incentivi a favore delle aree rurali, altrimenti soggette a spopolamento e abbandono, e con sostegni agli investimenti nella resilienza delle filiere agroalimentari, attraverso l’innovazione e il miglioramento delle catene logistiche.
La sicurezza alimentare, tuttavia, non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità. Su questi aspetti la “Food Safety” affronta il tema più specifico della salubrità degli alimenti, concentrandosi quindi sulle caratteristiche qualitative. L’obiettivo è garantire che sulle tavole dei consumatori arrivino cibi sicuri, privi di contaminanti chimici o batterici e conformi alle norme. In quest’ambito, relativamente ai Paesi dell’Ue, il regolamento (CE) n. 178/2002 stabilisce i principi di base, mentre enti come l’Efsa e, in Italia l’Icqrf, vigilano sulla qualità dei prodotti, con controlli sui residui di pesticidi e con azioni di contrasto alle frodi alimentari.

Aumenta la dipendenza dall’import: tutte le opportunità per le imprese

Il deficit nazionale rispetto al fabbisogno di cereali è arrivato al 50%. Secondo un recente studio dell’Ismea sulla competitività dell’agroalimentare italiano, i primi dieci prodotti importati sono caffè, olio, mais, bovini vivi, prosciutti, frumento tenero e duro, fave di soia, olio di palma e panelli di estrazione dell'olio di soia.

La sicurezza degli approvvigionamenti alimentari è un tema che sta assumendo un carattere cruciale anche per l’Italia che, nonostante la sua rinomata tradizione agricola e alimentare, mantiene in alcune filiere produttive una forte dipendenza dalle importazioni.

Le principali vulnerabilità riguardano l’approvvigionamento di materie prime di base, in particolare di cereali e soia, utilizzati per l’alimentazione umana e animale. Con l’aggravante che, in un contesto di crisi globali e di tendenziale aumento dei costi, la dipendenza dalle importazioni implica effetti indesiderati di second round, generando impatti molto evidenti sulla stabilità dei prezzi e sulla certezza e regolarità delle forniture. Aspetti, questi ultimi, che potrebbero mettere in seria difficoltà la stessa capacità di lavorazione delle industrie alimentari, elemento su cui si fonda il successo del food & beverage nazionale.

Parliamo di un segmento, quello dei prodotti alimentari trasformati e delle bevande, che oltre confine genera un volume d’affari superiore ai 55 miliardi di euro (dato Istat 2023), rappresentativo dell’86% dell’intero export agroalimentare. Sono dati che suggellano, nell’agrifood, l’importanza del ruolo di trasformatore dell’Italia, con il settore agricolo, invece, che contribuisce alla bilancia commerciale soprattutto con le esportazioni di prodotti ortofrutticoli.

In base ai dati ufficiali, l’Italia importa oltre il 50% del frumento tenero, impiegato per la preparazione di farine e prodotti da forno, e circa il 60% del mais, utilizzato prevalentemente sul circuito della mangimistica. La situazione si è aggravata con la crisi ucraina, che ha alzato il grado di attenzione sul tema dell’autosufficienza.
Secondo un recente studio dell’Ismea sulla competitività dell’agroalimentare italiano, i primi dieci prodotti importati dall'Italia sono in ordine: caffè, olio extravergine d'oliva, mais, bovini vivi, prosciutti e spalle di suini, frumento tenero e duro, fave di soia, olio di palma e panelli di estrazione dell'olio di soia. Il grado di autosufficienza dell'Italia per questi prodotti è pari a zero nel caso del caffè e dell'olio di palma, ma arriva fino al 60% in quello dei prosciutti. Si consideri, inoltre, che per i semi di soia le importazioni negli ultimi venti anni sono considerevolmente aumentate, comportando una drastica riduzione del tasso di autoapprovvigionamento, oggi appena al 32%. Peraltro, con una forte concentrazione delle forniture da un solo paese (al Brasile si deve 50% degli arrivi dall’estero), aumenta significativamente in grado di rischio in caso di situazioni di deficit produttivi o di crisi nei rapporti commerciali con fornitori capaci di muovere masse critiche. Tanto più in vista di un possibile inasprimento delle tariffe e di maggiori tensioni nelle relazioni commerciali, con prevedibili cambiamenti dei rapporti tra valute e conseguenti rischi di inflazione.

Elevati anche gli indici di concentrazione delle forniture estere di oli di palma raffinati, sbilanciate sull’Indonesia (52%), e dei panelli di estrazione dell’olio di soia, per quasi il 60% di origine argentina.

Il caso più emblematico è quello dei bovini da ristallo, che l’Italia per l’85% importa dalla Francia. Un segmento recentemente “stressato” dalle emergenze sanitarie che hanno ridotto negli allevamenti d’Oltralpe la disponibilità di capi da ristallo e impresso una forte spinta al rialzo alle quotazioni.

Sulla regolarità delle forniture si pongono anche questioni che investono il tema dei cambiamenti climatici. Con l’aggravante che la diminuzione delle rese agricole, dovuta alla maggiore frequenza e severità degli eventi climatici avversi, non influisce solo sulla disponibilità di cibo, ma anche sui prezzi, rendendo alcuni prodotti meno accessibili per le fasce della popolazione più vulnerabili. Un fenomeno che esaspera il concetto di “Food Security”, alzando anche in Italia il livello di attenzione sull’importanza di garantire quantitativi sufficienti di cibo nutriente a prezzi accessibili.

Un sistema d’allerta rapido per garantire i consumatori europei

Assicurare la salubrità degli alimenti e la sicurezza alimentare ai cittadini dell’Ue mettendo in rete gli alert di tutti i paesi. Il Rasff (Rapid alert system for food and feed) è lo strumento che ha tradotto un impegno in una realtà operativa.
Ideato nel 1979, il sistema di allerta rapido è stato istituito ufficialmente con il regolamento (CE) 178/2002. Consente agli Stati membri dell’Ue, alla Commissione europea e ad altre istituzioni di condividere in tempo reale le informazioni sui rischi per la sicurezza alimentare, con impliciti vantaggi sul piano della tutela dei consumatori.

Il Rasff si attiva contestualmente all’individuazione di contaminazioni chimiche, batteri nocivi (come salmonella o listeria) o materiali non conformi nei prodotti alimentari. Ricevuta la segnalazione, il sistema coordina il ritiro immediato dei prodotti incriminati da supermercati, mercati, mense e ristoranti.

Nel 2023 sono state trasmesse, attraverso il Rasff, 4.683 notifiche, il numero in assoluto più elevato, molte delle quali relative a pesticidi non conformi nella frutta e verdura importata, a micotossine nei cereali e ad allergeni non dichiarati in prodotti confezionati. La Germania è il paese che ha trasmesso il maggior numero di segnalazioni, seguita da Olanda, Francia e Italia. In ambito nazionale le segnalazioni hanno riguardato principalmente pesce e prodotti ittici, frutta a guscio, frutta fresca e ortaggi. Ma incidenze significative si registrano anche per le carni, prevalentemente avicole, per cereali e prodotti derivati e per i lattiero-caseari.
 

 

Imballaggi, per le imprese il test della nuova normativa europea

Entro dicembre è attesa la ratifica del regolamento che prevede l’eliminazione delle confezioni monouso e una riduzione generale del packaging all’insegna della sostenibilità, ma il passaggio a nuovi materiali comporta incognite economiche e potenzialmente anche su sicurezza, conservazione, tracciabilità e igiene degli alimenti.


L o scorso aprile il Parlamento europeo ha approvato le nuove norme sugli imballaggi con l’obiettivo di renderli più sostenibili anche attraverso il riciclo e il riuso. Il regolamento, che attende adesso il via libera del Consiglio dei ministri dell’Ue, prevede anche l’eliminazione di alcuni tipi di imballaggio monouso a partire dal 2030, oltre a stabilire obiettivi di riduzione entro il 2030, il 2035 e il 2040, rispettivamente del 5%, 10% e 15%. La vera sfida sarà proteggere l’ambiente, ma senza compromettere la sicurezza alimentare.

È noto infatti che gli imballaggi svolgono un ruolo cruciale nella protezione degli alimenti da contaminazioni chimiche, biologiche e fisiche. Passare a materiali più sostenibili potrebbe presentare tuttavia alcune criticità. Introdurre ad esempio confezioni più facilmente riciclabili o riutilizzabili potrebbe ridurre la durata di conservazione degli alimenti (shelf-life) o comportare problemi di rintracciabilità e igiene. Inoltre, l’introduzione di materiali riutilizzabili richiede il rispetto di processi rigorosi di pulizia e sanificazione, per evitare rischi di contaminazione incrociata.

Insomma, gli interrogativi sulla possibile interferenza del regolamento imballaggi con la sicurezza alimentare (Food Safety) sono molteplici. Si pongono quindi diverse questioni, tra le quali favorire un approccio integrato e introdurre soluzioni avanzate e innovazioni per bilanciare sostenibilità e sicurezza.

Dopo la ratifica formale del Consiglio Ue, attesa a dicembre, e la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale europea, il nuovo regolamento sugli imballaggi sarà applicato trascorsi 18 mesi dalla sua entrata in vigore.

Seppure migliorato rispetto al testo iniziale il regolamento presenta ancora diverse criticità per il settore agricolo, osserva la Confagricoltura. Quella più rilevante è il divieto delle confezioni in plastica di ortofrutta sotto 1,5 chili che, salvo deroghe, non saranno ammesse dal 2030.

Nonostante le eccezioni, che ciascuno Stato membro potrà adottare autonomamente, restano alcune problematiche difficilmente risolvibili. Per esportare, ad esempio, sarà necessario adeguarsi alle regole di ogni singolo Paese. Difficile immaginare, con queste premesse, sviluppi se non peggiorativi, sul commercio con l’estero, a scapito soprattutto della competitività.