Rapporto sulla filiera zootecnica
2 settembre 2025
a cura di Il Sole 24ORE Radiocor
Dagli allevamenti oltre un terzo del valore economico dell’agricoltura
Il comparto delle carni bovine traina la crescita del settore che nel 2024 ha fatturato 22,7 miliardi, in calo la produzione di latte. Migliora la pressione sui costi.
Un giro d’affari di 22,7 miliardi di euro ai prezzi alla produzione. Corrispondente a più di un terzo del valore economico generato dall’intero settore agricolo. A tanto ammonta la Plv (produzione lorda vendibile) del comparto zootecnico nazionale, basandosi sulle stime dell’Istat relative al 2024. Un giro d’affari, cresciuto dell’1,4% sul 2023, per il 56% riconducibile alla zootecnia da carne (12,6 miliardi) e per un altro 35% (7,9 miliardi di euro) alla linea latte. Il 9% residuo è prevalentemente riconducibile alla produzione di uova (1,9 miliardi nel 2024), mentre il comparto apistico ha sviluppato ai prezzi di base un valore solo marginale, pari a 276 milioni di euro, in un contesto di crisi strutturale dovuto soprattutto all’effetto del cambiamento climatico.
Complessivamente, il settore zootecnico ha chiuso gli ultimi dodici mesi con un aumento della produzione a volume dello 0,8% rispetto al 2023, grazie al sostegno dalle carni (+0,7%), in particolare di quelle bovine che hanno messo a segno una crescita del 2,5 per cento. Solo frazionali i progressi per suini e avicoli, con incrementi rispettivamente dello 0,1 e dello 0,2 per cento, mentre la produzione di latte ha chiuso con l’1,4% di aumento, contro il più 0,5% delle uova.
Piuttosto modesti gli incrementi di prezzo alla prima fase di scambio, con l’insieme dei prodotti zootecnici rincarati l’anno scorso dello 0,7%, dopo il più 7,1% sperimentato nel 2023.
Sono emerse tuttavia dinamiche fortemente disomogenee, con pressioni inflazionistiche di un certo rilievo per latte (+7,8%) e carni bovine (+5,3%) e riduzioni altrettanto significative per i prezzi alla produzione di uova (-9,7% sul 2023), pollame (-6,2%) e carni suine (-5,7%).
Inflazione e crisi di mercato non frenano i consumi di carne in Europa
La Commissione europea stima un aumento dello 0,5% nel 2025 sulla base di una domanda interna ancora robusta e una dinamica sostenuta sul fronte dell’import. Il saldo commerciale resta positivo nonostante la svalutazione del dollaro, mentre continua il ridimensionamento strutturale del numero degli allevamenti bovini in Europa. Previsioni brillanti per i formaggi.
Il caro-vita e le tensioni sui mercati internazionali non frenano il consumo di carni nell’Ue, che dovrebbe chiudere il 2025 con una crescita dello 0,5% su base annua. Lo prevede la Commissione europea sulla base di una domanda interna ancora robusta e di una dinamica sostenuta sul fronte delle importazioni. Nonostante le attese di maggiori arrivi dall’estero, i comparti bovino, avicolo e suino dovrebbero confermare anche quest’anno un saldo commerciale positivo, sia pure con qualche difficoltà legata al rapporto di cambio euro/dollaro che potrebbe frenare le esportazioni.
Dopo un rimbalzo della produzione di carni bovine nel 2024 (+2,4%), la tendenza di medio termine torna negativa. La riduzione strutturale delle consistenze negli allevamenti dell’Ue porterà a un calo della produzione dell’1,5% nel 2025, con possibili ulteriori riduzioni nei prossimi dodici mesi. I prezzi, già su livelli storicamente elevati, non avranno particolari implicazioni sulla domanda interna, con i consumi pro capite che si manterranno attorno ai 9,9 kg. Le minori disponibilità e la ridotta competitività delle carni europee limiteranno però l’export (in calo del 4%), mentre le importazioni dovrebbero aumentare di circa 5 punti percentuali.
Precario l’equilibrio nel comparto suino. La produzione, cresciuta del 2% nel 2024, ha confermato il trend in ascesa nella prima metà di quest’anno, anche se il calo dei capi da riproduzione lascia prevedere una contrazione dello 0,4% anno su anno. Il consumo dovrebbe mantenersi stabile (-0,2%), mentre le minori pressioni all’acquisto da parte di Cina e Regno Unito dovrebbero penalizzare l’export europeo, previsto in calo del 3%.
Il settore avicolo mantiene un profilo dinamico e resiliente. Le proiezioni sono orientate a una crescita della produzione dell’1,8% nel 2025, con implicazioni positive sull’export (+2%). Anche i consumi beneficeranno di una spinta (+2%), anche se la carenza di uova da cova e l’emergenza sanitaria per l’influenza aviaria ad alta patogenicità (Hpai) costituiscono un potenziale ostacolo all’espansione del settore. I prezzi elevati sul mercato interno stanno favorendo gli arrivi dai paesi extra-Ue: le importazioni sono attese in aumento dell’8% a fine anno, con possibili limitazioni dovute alla diffusione dell’Hpai in Brasile, principale fornitore seguito da Ucraina, Regno Unito e Thailandia.
Debole la performance del comparto ovicaprino, con la prospettiva di un calo dell’1,7% della produzione a livello dei Ventisette e un progressivo ridimensionamento del patrimonio zootecnico.
Per quanto riguarda il settore lattiero-caseario, si prefigura una crescita moderata, sostenuta dai prezzi del latte crudo alla stalla ben superiori alla media quinquennale e da una domanda interna solida. Le condizioni climatiche favorevoli nella maggior parte dei paesi Ue, con pascoli e foraggi abbondanti e di buona qualità, hanno contribuito ad alleggerire i costi di alimentazione, migliorando i margini operativi degli allevamenti.
Nonostante l’ulteriore calo delle consistenze bovine da latte, la produzione dovrebbe segnare un lieve aumento (+0,15%) grazie al miglioramento delle rese per capo (+1,2%). Le prospettive sono particolarmente favorevoli per la produzione di formaggi, in crescita dello 0,7%, mentre l’offerta di burro resta invariata.
Per le polveri di latte, invece, le condizioni sfavorevoli sui mercati internazionali avranno un impatto negativo sulla produzione europea, anche se l’export complessivo dei prodotti lattiero-caseari dovrebbe ridursi solo dello 0,2% in equivalente latte, dopo la flessione dell’1% registrata nel 2024. Si conferma invece la sostanziale tenuta dei formaggi.
Per il latte spot prezzi ai massimi dell’anno, burro vicino al record.
Un mercato in grande spolvero con prezzi soddisfacenti per gli allevatori italiani di bovini da latte, che di recente stanno anche beneficiando di una minore pressione sul fronte dei costi di produzione, con effetti positivi sui margini.
A luglio scorso il prezzo spot del latte crudo alla stalla, in base ai dati camerali (Milano, Monza, Brianza, Lodi), è tornato ai massimi da otto mesi, superando i 66 euro per 100 chili (+18% su base annua). Vicino al massimo storico, toccato a settembre dello scorso anno, anche il prezzo del burro, con valori medi sopra i 7 euro al chilo per il prodotto pastorizzato, in aumento di circa il 9% su luglio 2024.
Prezzi record anche per i formaggi stagionati:
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Grana Padano oltre i 16 mesi: 12,25 euro al chilo sulla piazza di Milano (+12% annuo).
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Parmigiano Reggiano oltre i 24 mesi: 16,35 euro al chilo (+28% su base annua).
I rincari nella prima fase di scambio e sui circuiti all’ingrosso hanno spinto al rialzo anche i prezzi al consumo. A luglio, secondo Istat:
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+3,6% anno su anno per il latte fresco (inflazione generale all’1,7%).
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+7% per formaggi e latticini, con punte oltre l’8% per gli stagionati.
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Burro in aumento del 16,9% su luglio 2024.
Nel complesso, l’inflazione alimentare si attesta al 3,9%.
Così la produzione di biogas ha contribuito al taglio delle emissioni degli allevamenti.
Dal 1990 la riduzione ha raggiunto il 16%. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispra, la tendenza riflette principalmente la riduzione del numero dei capi bovini, responsabili di quasi il 70% delle emissioni di gas serra attribuite al settore, considerato che tra il 1990 e il 2023 le consistenze nazionali si sono ridotte del 28%, passando da 7,8 a 5,6 milioni di capi.
Oltre tre quarti delle emissioni di gas climalteranti generate dall’attività economica primaria (agricoltura, silvicoltura e pesca) sono riconducibili agli allevamenti. Lo rivela l’ultimo rapporto dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, da cui emerge tuttavia una diminuzione delle emissioni zootecniche nel 2023 (ultima rilevazione disponibile) del 16% rispetto al 1990.
La tendenza – spiega lo studio – riflette principalmente la riduzione del numero dei capi e in particolare dei bovini, responsabili di quasi il 70% delle emissioni di gas serra provenienti dagli allevamenti. Tra il 1990 e il 2023 le consistenze nazionali si sono ridotte del 28%, passando da 7,8 a 5,6 milioni di capi:
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Vacche da latte: -40%
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Altri bovini: -22%
Per quanto riguarda i suini – cui le statistiche attribuiscono un altro 13% delle emissioni zootecniche – si osserva invece un incremento dei capi allevati del 9% rispetto al 1990, con 9,2 milioni di animali censiti nel 2023.
Le principali fonti emissive negli allevamenti sono riconducibili a:
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Fermentazione enterica delle razioni alimentari nell’apparato digerente del bestiame (soprattutto ruminanti).
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Gestione delle deiezioni negli stoccaggi.
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Spandimento e deposizione al pascolo dei reflui zootecnici.
Si stima che il metano da fermentazione enterica rappresenti circa il 45% delle emissioni totali del settore agricoltura. Nel 2023, rispetto al 1990, queste emissioni si sono ridotte del 16%, grazie anche all’impegno dell’industria mangimistica che ha migliorato la qualità e la digeribilità delle razioni alimentari.
La gestione delle deiezioni è invece responsabile di un altro 20% delle emissioni. Si tratta soprattutto di:
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Metano: -11% rispetto al 1990.
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Protossido di azoto: -33% rispetto al 1990.
Queste dinamiche riflettono la contrazione del numero dei capi e l’impiego dei reflui zootecnici per la produzione di biogas, invece che per spandimento o stoccaggio. Nel 2023 gli impianti (1.900 secondo i dati Terna) hanno assorbito circa 15 milioni di tonnellate di materiale, corrispondenti al 14% della produzione totale annua di deiezioni di bovini, suini e avicoli.