BPER e Il Sole 24ORE Radiocor

 

Evoluzione della domanda e clima cambiano volto al vigneto globale.

Secondo l’ultimo rapporto Oiv nel 2025 la produzione mondiale è calata dello 0,8% per il sesto anno consecutivo ma l’Italia viaggia in controtendenza mentre la Francia accelera i programmi di estirpazione.

Tra estirpazioni, rinnovi e abbandoni la mappa del vigneto mondiale ha cambiato volto. Secondo l’ultimo rapporto dell’Oiv, l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino, nel 2025 la superficie vitata globale è scesa attorno ai 7 milioni di ettari, in calo dello 0,8% rispetto all’anno precedente. Si tratta del sesto anno consecutivo di contrazione, una tendenza che riflette il progressivo adattamento del settore a una domanda oggi oggettivamente più debole e a condizioni climatiche che espongono i vigneti a eventi climatici avversi divenuti nel tempo più frequenti e severi.

Il ridimensionamento, che da inizio millennio ha sottratto quasi un milione di ettari di filari su scala globale (-9%), coinvolge tutti i principali paesi produttori. In Francia, i programmi di estirpazione incentivata hanno accelerato la riduzione del potenziale produttivo, con abbandoni a scapito degli impianti meno redditizi. In Italia, al contrario, basandosi sul trend degli ultimi cinque anni, si osserva una mini ripresa delle superfici vitate, nonostante la battuta d’arresto del 2025. Spagna e Stati Uniti hanno invece disinvestito, nel tentativo di superare i surplus produttivi e la crisi dei prezzi.

Alla base del fenomeno c’è uno squilibrio strutturale e un’esigenza, comune, di ammodernare gli impianti e di adattare con sostituzioni varietali l’offerta alle tendenze del mercato. Decisioni dettate anche dalla necessità di introdurre cultivar più resistenti al cambiamento climatico, in particolare alla siccità, e di preservare la sostenibilità ambientale ed economica del settore, nel contesto peraltro di maggiore pressione sul fronte dei costi di produzione.

L’export Made in Italy tiene il passo nonostante i nuovi dazi Usa

L’Italia si conferma il primo Paese produttore e il maggiore esportatore per volumi, mentre è secondo per fatturato dietro la Francia. Nel 2025 le vendite estere di vini e spumanti sono calate del 2% a 21 milioni di ettolitri e del 3,7% in valore a 7,8 miliardi di euro. In sofferenza i mercati extra-Ue che valgono il 59% delle esportazioni italiane: gli Stati Uniti restano il primo sbocco con 1,76 miliardi di euro nel 2025 (-9%). Un presidio da difendere parallelamente alla diversificazione nei Paesi emergenti e alla valorizzazione delle denominazioni.

L'Italia mantiene un ruolo centrale nella geografia mondiale del vino, difendendo diversi primati. Ma le condizioni sono profondamente mutate e il momentum non è dei migliori, soprattutto in Usa, dove il cambio di passo dei consumi, l’impatto dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump e la debolezza del dollaro hanno significativamente penalizzato gli esportatori e compresso i margini, principalmente a scapito dei produttori europei.

Il paradosso è che la frenata arriva mentre l’Italia consolida la sua leadership nel panorama internazionale. Il Paese resta primo produttore e maggiore esportatore per volumi, mentre è secondo per fatturato dietro la Francia.

Primati a parte, è incontrovertibile che il 2025 abbia aperto una fase più critica per tutti i maggiori player del settore. L’export nazionale di vini e spumanti si è fermato a 7,8 miliardi di euro, in calo rispetto al 2024, con volumi scesi a circa 21 milioni di ettolitri. I dati Istat restituiscono anno su anno una contrazione del 3,7% in valore e del 2% nelle quantità, in un contesto in cui i mercati extra-Ue, che valgono il 59% delle esportazioni italiane, hanno mostrato segnali di maggiore sofferenza. Gli Stati Uniti restano il primo sbocco, con 1,76 miliardi di euro nel 2025, ma il bilancio degli ultimi dodici mesi ha messo in conto una battuta d’arresto di oltre il 9 per cento.


Non c’è dubbio - a detta degli analisti - che la crisi americana sia il vero nodo gordiano. Ma non è solo colpa dei dazi. Le tariffe doganali hanno colpito un mercato già indebolito dal cambiamento degli stili di consumo. Negli Stati Uniti il vino arretra soprattutto presso le nuove generazioni, orientate a un consumo meno fidelizzato, aperte ai prodotti low o no alcohol e attente al tema della salute. L’Oiv segnala che nel 2025 il consumo mondiale è sceso a 208 milioni di ettolitri, il 2,7% in meno rispetto al 2024, e che gli Stati Uniti, pur restando il primo mercato di riferimento, hanno ridotto i volumi a 31,9 milioni, con un calo del 4,3 per cento.

Il quadro internazionale conferma tuttavia che il problema non è isolato. Non c’è insomma un caso Italia, con le cantine tricolore che, al contrario, sembrano tenere la barra al centro o comunque performare meglio rispetto ai principali competitor.


Ancora secondo l’Oiv, nel 2025 il commercio mondiale di vino sarebbe stato condizionato da più fattori. Sicuramente dall’incertezza legata alle misure tariffarie statunitensi, ma anche e soprattutto dalla debolezza della domanda osservata in diversi paesi importatori e dai movimenti valutari che hanno penalizzato in particolare la moneta comune europea. Le esportazioni globali sono scese a 94,8 milioni di ettolitri, in calo del 4,7% sul 2024, mentre il valore si è ridotto a 33,8 miliardi di euro, il 6,7% in meno su base annua. Gli Usa si confermano il primo importatore mondiale in valore, ma la spesa si è ridotta a 5,5 miliardi di euro, con un calo dell’11,6 per cento.

In questo contesto, per il vino italiano, al pari dei maggiori competitor, si apre uno scenario oggettivamente complesso. Difendere il presidio sul mercato americano, evitando che la crisi tariffaria si traduca in una perdita strutturale di quote, vale tanto quanto spingere sul pedale della diversificazione, puntando ai mercati emergenti e valorizzando le denominazioni e i segmenti più in linea con i nuovi trend di consumo. L’Italia ha già rimodulato parte della sua offerta, rafforzando la gamma dei bianchi e degli spumanti, potenziando selettivamente le indicazioni geografiche e introducendo vini con minore tenore alcolico. I segni di schiarita non mancano, sia pure in un contesto ancora fragile. Uiv segnala a marzo 2026 un primo lieve recupero dei volumi spediti nel mercato a stelle e strisce, dopo nove mesi con il freno tirato, e una possibile ripresa del valore ad aprile. Inoltre, i dati sui consumi in Usa (base SipSource) segnalano a marzo una leggera ripresa del prodotto tricolore. Una tendenza che, se confermata nei prossimi mesi, potrebbe preludere a un imminente incremento degli ordini.

BPER-Franciacorta, modello d’intesa sul credito specializzato

BPER Banca e il Consorzio per la tutela del Franciacorta (circa 200 soci tra viticoltori, vinificatori e imbottigliatori) hanno siglato, a inizio anno, un accordo di collaborazione con l’obiettivo di facilitare l’accesso al credito e di sostenere la redditività delle aziende consorziate. L’intesa punta a rafforzare il dialogo tra il sistema bancario e le imprese vitivinicole del territorio Bresciano, in una fase caratterizzata da profondi cambiamenti economici, climatici e di mercato e da maggiori esigenze di investimento non solo in cantina, ma anche tra i filari e soprattutto in tecnologie ed efficienza energetica.

L’accordo con la Banca permette alle aziende consorziate di beneficiare di un iter di raccolta della documentazione più rapido che velocizza la valutazione delle pratiche per la concessione di prestiti a supporto del ciclo produttivo e per finanziamenti di medio e lungo termine. Centrale è il ricorso al pegno rotativo sul vino nei diversi stati di invecchiamento, strumento che consente alle imprese del Consorzio di valorizzare il prodotto giacente in cantina come garanzia per ottenere liquidità senza interrompere il percorso produttivo e commerciale, contenendo contestualmente gli oneri finanziari e accessori.

A supporto dell’iniziativa, la banca mette a disposizione il proprio Servizio Agri Banking, una struttura specializzata composta da agronomi ed esperti del settore agroalimentare, il cui ruolo è affiancare le imprese non solo nelle scelte di investimento, ma anche nei percorsi di transizione ecologica, di adattamento al cambiamento climatico e di innovazione. Il tutto attraverso soluzioni personalizzate e, se possibile, integrate con strumenti di sostegno pubblico anche nell’ambito degli interventi della Politica agricola comune.


 

“Oltre la bottiglia”, dall’enoturismo un giro d’affari di 3 miliardi l’anno

Il Rapporto sul turismo enogastronomico di Federturismo Confindustria attesta il giro d’affari del settore a 12,6 miliardi, il 15% della spesa turistica complessiva. Il solo vino, al netto del cibo, vale circa 3 miliardi ma con grandi potenzialità di sviluppo ancora inespresse: membership, vendite ricorrenti, programmi fedeltà o percorsi digitali post-visita in azienda.

La bottiglia è solo il punto di partenza, a fare il resto sono cultura, ospitalità e territorio. Con la cantina che da luogo di produzione si evolve a spazio di narrazione, esperienza e relazione. I numeri, quelli sull’enoturismo, restituiscono un quadro più che promettente, con quasi due turisti italiani su tre che hanno partecipato ad almeno un’esperienza legata al vino. Degustazioni e visite in vigneti e cantine restano le attività più diffuse, ma crescono in parallelo le proposte immersive, tra trekking, vendemmia attiva, wellness e itinerari storici e culturali. Il Rapporto sul turismo enogastronomico di Federturismo Confindustria attesta il giro d’affari del settore a 12,6 miliardi di euro, il 15% della spesa turistica complessiva. Ma il dato “core” relativo al solo enoturismo, al netto del cibo, si aggira attorno ai 3 miliardi di euro, stando all’Osservatorio nazionale del turismo del vino. Un risultato che può essere letto come punto di attacco di un nuovo business, quello che gli Usa sviluppano attraverso i wine club e il Dtc (Direct to consumer), segmenti capaci (senza considerare il wine tourism) di generare un fatturato di circa 4 miliardi di dollari l’anno. L’enoturismo in Italia (nei grandi numeri) non genera ancora membership, vendite ricorrenti, programmi fedeltà o percorsi digitali post-visita. Eppure il potenziale esiste, secondo gli esperti, che suggeriscono di costruire comunità attorno al vino partendo dalle visite in azienda.

Il segmento necessita tuttavia di schemi più strutturati e di maggiore impegno anche sul piano istituzionale. Lo strumento della partnership pubblico-privata potrebbe dare un impulso al settore, favorendo la composizione di un’offerta turistica più coerente e competitiva. Determinante, nella strategia di sviluppo del turismo del vino, sarà il sostegno che il potente strumento della tecnologia digitale potrà fornire, anche con applicazioni di IA. Il riferimento è a piattaforme evolute di gestione non solo di prenotazioni e acquisti, ma anche di spedizioni internazionali, programmi di loyalty e community, di supporto a un modello che punta a consolidare il ruolo complementare dell’enoturismo a quello dei canali tradizionali.

La Cappella del Barolo, chiamata anche Cappella delle Brunate a La Morra, nelle Langhe, in provincia di Cuneo. 
Reinterpretata nel 1999 dagli artisti Sol LeWitt e David Tremlett è immersa in un paesaggio vinicolo ed è una delle mete più note del turismo enogastronimico della zona. 
Tra una degustazione in cantina, un pranzo in trattoria o in uno stellato, un trekking a cavallo e un tuffo in una spa, nelle Langhe c'è posto anche per l'arte e la cultura.

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