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La produzione olivicola Made in Italy fa i conti con crisi climatica e fitopatie.

Sono circa 620mila le imprese attive in Italia su una superficie di 985mila ettari servite da 4.300 frantoi contro i 1.700 della Spagna che però ha una capacità produttiva da tre a quattro volte superiore.

Una struttura polverizzata, costituita da aziende per lo più di piccole dimensioni e poco inclini all’innovazione, anche per un lento ricambio generazionale. L’ultima fotografia censuaria scattata dall’Istat nel 2020 restituisce una platea di circa 620mila imprese olivicole in Italia per una superficie di 985mila ettari (1,6 ettari in media ad azienda). Altrettanto pletorica e non sempre efficiente la base produttiva di prima trasformazione costituita dai frantoi: sono più di 4.300 quelli attivi in Italia contro circa 1.700 strutture operative in Spagna, paese che detiene però la leadership mondiale nella produzione di oli di oliva, con una capacità da tre a quattro volte superiore a quella italiana.

Gli industriali imbottigliatori (la cosiddetta seconda trasformazione) sono in tutto 220, e operano in stretta sinergia con frantoi e produttori locali; il loro ruolo è cruciale nel garantire la distribuzione al consumatore finale e nel rifornire i buyer esteri con prodotti 100% italiani o con blend ottenuti con miscele di oli di importazione.

Una struttura dunque frammentata, prevalentemente di tipo tradizionale nella fase agricola, che in questi ultimi anni, per problemi di ordine sanitario (si consideri che la sola emergenza Xylella ha cancellato circa 90mila ettari di superficie olivicola in Puglia, prima regione produttrice) e per l’impatto delle sempre più frequenti crisi climatiche ha accusato gli effetti di una tendenziale riduzione della produzione e di un’eccessiva variabilità, fenomeni che hanno limitato la redditività delle imprese schiacciate anche dai forti aumenti dei costi di produzione. Il deficit produttivo ormai fisiologico rispetto ai fabbisogni nazionali ha reso la filiera olivicolo-olearia italiana fortemente dipendente dalle importazioni. L’export costituisce tuttavia un’importante voce dell’economia del settore, grazie soprattutto al ruolo degli Usa, contribuendo a limitare il disavanzo della bilancia commerciale che ha assunto ormai un carattere strutturale.

Il calo della raccolta limita i ribassi ma cresce la concorrenza dell’import

Attacchi parassitari e stress climatici ipotecano la nuova campagna stimata in calo del 32% a quota 224mila tonnellate. L’Italia scivola al quinto posto della classifica produttiva globale. Il ruolo delle norme Ue sull’origine e il nuovo decreto per tutelare il Made in Italy e la trasparenza della filiera.

 

Stress climatici, attacchi parassitari e malattie lasciano un’altra pesante ipoteca sull’oliveto Italia. La riduzione della produzione, nella campagna 2024-25, in controtendenza rispetto alla dinamica prevista in altri paesi, Spagna in primis, potrebbe influenzare significativamente gli equilibri del mercato europeo, limitando le spinte deflattive sui prezzi al consumo, già oggi ai massimi storici.

L'Italia, considerati i bassi volumi di produzione attesi nella campagna 2024-25, aumenterà verosimilmente il ricorso al prodotto estero per soddisfare la domanda interna, mentre la Spagna e altri paesi produttori, anche extra-europei, potrebbero rafforzare le loro quote di mercato cross border, sfruttando all’estero una leva competitiva che l’Italia non potrà invece attivare per insufficienti masse critiche.

La campagna olivicola si presenta dunque in salita per le imprese nazionali, a fronte di una significativa riduzione della produzione e di un conseguente prevedibile impatto sulle quotazioni e sugli equilibri di mercato.

Il persistere di prezzi elevati potrebbe spingere i consumatori a orientarsi verso oli di qualità inferiore o addirittura verso alternative più economiche. Si consideri che in Spagna i forti rincari degli oli di oliva hanno già dirottato gli acquisti verso gli oli di girasole che nei primi sei mesi di quest’anno (dati Anierac, imbottigliatori spagnoli di oli commestibili) hanno raggiunto un quantitativo di 179 milioni di litri, ben oltre i 107 milioni degli oli d'oliva.

Tornando alla produzione, le stime Ismea, realizzate in collaborazione con Unaprol, indicano, in ambito nazionale, un volume di circa 224mila tonnellate, in calo del 32% rispetto alla campagna precedente. Un risultato che vedrebbe l'Italia scivolare al quinto posto nel ranking dei produttori mondiali, non solo dietro la Spagna, leader assoluto, ma anche alle spalle di Grecia, Tunisia e Turchia.

Una campagna pesantemente pregiudicata dal clima, con siccità e caldo torrido che hanno compromesso i raccolti di olive soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, in particolare in Puglia (-30%), Calabria e Sicilia.

Nel più ampio contesto europeo, la Spagna dovrebbe risalire la china dopo due annate complesse. Le stime indicano una produzione compresa tra 1,3 e 1,4 milioni di tonnellate (+58%), grazie alle migliori condizioni climatiche. Anche in Grecia e Tunisia le prospettive sono favorevoli, con produzioni che le indicazioni preliminari - basandosi sulla parte centrale dei range di stima - certificano rispettivamente a 250mila (+61%) e a 315mila tonnellate (+58%). In Turchia la previsione è di 340mila tonnellate, un risultato che se confermato determinerebbe una crescita di oltre il 60% anno su anno.

 

A livello globale, il Consiglio oleicolo internazionale (Oiv) stima un quantitativo di circa 3,1 milioni di tonnellate, contro i 2,5 milioni del 2023-24 (+23%), con i paesi dell’Ue che dovrebbero realizzare, stando alle previsioni della Commissione europea, una produzione di oltre 2 milioni di tonnellate (+32% sulla scorsa stagione).

Quello degli oli di oliva è un settore fortemente regolamentato nell’Unione europea. La normativa stabilisce i requisiti specifici da riportare in etichetta, prevedendo l’obbligatorietà dell’indicazione della denominazione del prodotto in base alla sua categoria (extravergine, vergine, ecc.) e del paese di origine dell'olio, per esempio “100% italiano”; “Origine Ue” o “Miscela di oli Ue e non Ue”, nel caso di provenienza da più Paesi, anche extra comunitari. Sono facoltative invece le indicazioni in etichetta dei metodi di estrazione, del grado di acidità, delle varietà delle olive e delle certificazioni di qualità. Un sistema, quello delle Dop-Igp, che nel settore coinvolge oltre 22mila produttori e il 15% della superficie olivicola, ma che rappresenta appena il 4% della produzione.

Un recente decreto ministeriale, emanato lo scorso settembre, ha imposto inoltre in Italia l’obbligo di registrazione nel Sian (Sistema informativo agricolo nazionale) delle consegne di olive ai frantoi da parte dei commercianti, registrazione che dovrà avvenire entro il termine di sei ore dall’avvenuta cessione ai commerciali da parte degli olivicoltori. Questa misura, la cui entrata in vigore è prevista dal primo luglio 2025, mira a garantire una maggiore trasparenza e tracciabilità nella filiera olivicola, contrastando possibili frodi e tutelando la qualità dell'olio d'oliva italiano.

In Italia prezzi ancora ai massimi, ondata di ribassi in Spagna

Non c’è stato finora nessun effetto rientro, nonostante le previsioni di crescita della produzione mondiale. Con i prezzi degli oli di oliva che stazionano in Italia attorno ai massimi storici, in un mercato ancora fortemente condizionato dai vuoti d’offerta e da scorte ormai quasi esaurite nei centri di stoccaggio europei. Da gennaio a settembre 2024 - riferisce l’Ismea - le quotazioni all’ingrosso degli extravergini sono aumentate di oltre il 30% su base annua sia in Italia sia nelle borse merci spagnole.

Sulla piazza di Bari, basandosi sulle rilevazioni di inizio novembre, l’extravergine è quotato tra i 9 e i 9,30 euro al chilo, in aumento di circa il 6% su base annua, ma in leggera flessione rispetto ai picchi di 9,90 euro toccati al gennaio 2024, nella fase di massima tensione dei mercati.

In Spagna, basandosi sul parere di diversi analisti, le quotazioni, in picchiata da alcune settimane sulla piazza di Jaen, dovrebbero confermare il trend al ribasso, portandosi sotto la soglia dei 6 euro. Non è chiaro invece quanto le dinamiche sui mercati esteri, in particolare spagnoli, potranno influenzare i prezzi degli oli italiani, che scontano, contrariamente ad altri paesi, un grave deficit d’offerta interno.

I grandi confezionatori potranno in ogni caso disporre di maggiori quantitativi di oli, limitando le pressioni sui prezzi al consumo, mentre i frantoi cederanno ancora a prezzi elevati le scarse disponibilità di oli italiani che spunteranno prevedibilmente quotazioni ancora elevate.

Per la bilancia commerciale deficit record a quota 1,7 miliardi in sei mesi (+33%)

I maxi-rincari del 2024 hanno fatto lievitare il costo delle importazioni in un mercato che sconta un disavanzo strutturale dovuto al divario tra il potenziale produttivo nazionale e i consumi interni. L’Italia è il maggiore importatore mondiale di oli extravergini ma l’export rappresenta ancora una voce economica importante con gli Usa primo mercato.

Un disavanzo strutturale, quello della bilancia commerciale degli oli di oliva, dovuto al divario tra il potenziale produttivo nazionale, fortemente deficitario, e il consumo interno, il più elevato in assoluto a livello mondiale. Con l’aggravante dei maxi-rincari, che nel 2024 hanno spinto le importazioni italiane del primo semestre a un livello record di 1,7 miliardi di euro, in crescita del 33% su base annua.

Nell’intera annata trascorsa lo shopping all’estero era costato all’Italia quasi 2,5 miliardi di euro, per l’acquisto però di appena 438mila tonnellate, un quantitativo inferiore del 30% ai livelli del 2022. Anche le esportazioni, che avevano generato un fatturato oltre confine di 2,1 miliardi di euro (+14%), avevano movimentato volumi molto contenuti (in assoluto i più bassi dell’ultimo decennio) con vendite all’estero per sole 325mila tonnellate (-17%).

I dati di questo primo semestre confermano la divaricazione degli andamenti, con riduzioni dei volumi importati e forti aumenti dei corrispettivi economici. Le esportazioni al contrario sono aumentate, grazie a una produzione 2023 più abbondante, ma il divario nei ritmi di crescita resta molto ampio, con il più 7% dei quantitativi esportati che si rapporta al 63% di crescita dei valori, “gonfiati” dai prezzi, balzati nel frattempo ai massimi storici.

L’interscambio con l’estero riguarda prevalentemente le categorie di maggior pregio, in particolare gli oli extravergini, di cui l’Italia è il maggiore importatore mondiale.
Gli Usa sono i principali acquirenti di oli di oliva italiani, ma rilevanti quantitativi vengono esportati anche in Germania, Francia, Giappone, Canada e Regno Unito.

Sul fronte delle importazioni prevalgono in assoluto le forniture spagnole, che da gennaio a giungo di quest’anno hanno coperto il 56% dei volumi totali. Rilevanti anche gli arrivi in Italia di oli di oliva tunisini, greci e portoghesi, con i primi quattro fornitori (segue a parecchia distanza la Francia) che, nel comparto degli extravergini, concentrano il 99% delle importazioni nazionali.