Rapporto sulla filiera cerealicola 2025
24 novembre 2025
a cura di Il Sole 24ORE Radiocor
Raccolti mondiali ai massimi del decennio oltre quota 2,4 miliardi di tonnellate
Per la campagna 2025-26 l’International Grains Council (Igc) stima un aumento, tra frumenti e cereali foraggeri, del 4% grazie soprattutto alla crescita di mais, grano e orzo. Prospettive record anche per i consumi, mentre i surplus sul mercato raffreddano i prezzi.
Balzo record nella campagna 2025-26 per la produzione mondiale di cereali. Stando alle stime dell’International Grains Council (Igc), l’output globale, tra frumenti e cereali foraggeri, dovrebbe segnare un aumento per il terzo anno consecutivo, portandosi a quota 2,42 miliardi di tonnellate. Rispetto alla scorsa stagione è attesa una crescita di quasi 100 milioni di tonnellate, corrispondenti a un più 4 per cento. Si tratterebbe della migliore performance da nove anni, grazie soprattutto ai progressi di mais (+58 milioni di tonnellate), frumento (+27 milioni) e orzo (+8 milioni).
La prospettiva è favorevole anche per quanto attiene ai consumi, attesi su nuovi massimi (2,4 miliardi di tonnellate). A spingere saranno tutte le componenti, da quella alimentare agli impieghi zootecnici e industriali non food, in un mercato cerealicolo globale che sul versante dei prezzi registra qualche segnale di raffreddamento dovuto a un surplus d’offerta e alle maggiori pressioni concorrenziali, con spinte quest’anno anche dai Paesi europei. Secondo la Fao a ottobre le quotazioni dei cereali hanno ceduto un altro 1,3% mese su mese, accusando una contrazione del 9,5% su base annua.
Le proiezioni lasciano intravedere anche un miglioramento sul fronte delle scorte. Nelle valutazioni dell’Igc, gli stock di fine campagna dovrebbero aumentare di 25 milioni di tonnellate su base annua, portandosi a 618 milioni e invertendo un trend negativo pluriennale.
Il commercio internazionale, sostenuto da una ripresa delle spedizioni di frumento, dovrebbe spingersi a ridosso dei 440 milioni di tonnellate, con una crescita annua di 16 milioni, dopo il 7,4% di riduzione sperimento nella stagione 2024-25.
Grano duro, la produzione supera i consumi. In Italia i ribassi frenano le nuove semine
Attesa una crescita dei raccolti del 2,2% con punte di oltre il 13% in Europa. In ripresa anche il Canada, principale player mondiale con 6,5 milioni di tonnellate (+2,4%). Aumentano del 17% le scorte mondiali con possibili ripercussioni sui prezzi. A livello nazionale il difficile scenario del mercato rilancia il valore strategico dei contratti di filiera tra agricoltori, stoccatori, molini e industrie pastarie, finalizzati a garantire qualità, quantità, prezzo e programmazione della produzione.
Per il grano duro si profila un maxi raccolto di 37,2 milioni di tonnellate nella campagna 2025-26, che – se confermato – segnerebbe un massimo da nove anni. Un 2,2% di aumento, pronosticato dagli analisti britannici dell’Igc, che proietta l’output globale a un livello ben al di sopra dei consumi, valutati a 36,1 milioni. Un surplus che spingerà le scorte finali a quota 8 milioni di tonnellate, con un incremento del 17% su base annua.
In Europa, dove le condizioni climatiche hanno favorito quest’anno le coltivazioni di cereali autunnali, la produzione – stando alle stime della Commissione europea – avrebbe raggiunto il livello di 8,3 milioni di tonnellate, in crescita del 13,3% sulla scorsa campagna. Positivo il bilancio anche in Italia, primo produttore nell’Ue di grano duro, con le ultime indicazioni che, nonostante alcune difficoltà in Puglia, dove la siccità ha tenuto a freno le rese, certificano un raccolto di 3,8 milioni di tonnellate, in crescita dell’8,5 per cento.
Mini ripresa anche in Canada, primo player mondiale con 6,5 milioni di tonnellate (+2,4%). Gli esiti – basandosi sui primi riscontri – sono stati tuttavia deludenti sul piano qualitativo, per l’eccesso di umidità che ha compromesso parte del raccolto di Ottawa, declassato a foraggero, riducendo anche le prospettive di esportazione, in un contesto peraltro di maggiore autosufficienza in Europa e nei paesi del Nord Africa.
Anno nero in Turchia per le pesanti conseguenze delle gelate tardive. Nel paese del Bosforo, con un potenziale ormai superiore a quello italiano fortemente orientato all’esportazione, si stima una produzione di 3,8 milioni di tonnellate (-13,6%), un risultato che fa il paio con il meno 20% del Kazakistan (800mila tonnellate).
In relazione agli sviluppi del commercio mondiale, si prefigura un bilancio più moderato, con l’Europa, maggiore acquirente di grani canadesi, che importerà il 20% in meno di grano duro rispetto alla scorsa annata. È atteso un fabbisogno inferiore anche in altre regioni tradizionalmente dipendenti dall’estero, con il volume complessivo degli scambi mondiali che subirà a fine stagione una contrazione di oltre 6 punti percentuali, scendendo a 8,6 milioni di tonnellate.
I nuovi assetti sui mercati mondiali hanno avuto un impatto ribassista sui prezzi. In Italia le quotazioni, ormai molto distanti dai picchi del 2022-23, quando per la granella si erano raggiunti massimi storici molto al di sopra dei 500 euro per tonnellata (oggi i valori sono ampiamente al di sotto dei 300 euro), stanno fortemente condizionando gli umori tra gli addetti ai lavori. Alcuni sondaggi sulle intenzioni di semina danno già per scontata una flessione degli investimenti che potrebbe determinare, già dalla prossima estate, qualche problema sul piano degli approvvigionamenti industriali. Le condizioni operative non ottimali, con margini pressoché azzerati, se non negativi, in considerazione di una struttura dei costi piuttosto rigida, ha alimentato malumori e polemiche, ribadendo l’importanza dei contratti di filiera grano-pasta, sui quali si gioca il futuro del settore. Si tratta di accordi volontari, tipicamente tra agricoltori, stoccatori, molini e industrie pastarie, finalizzati a garantire qualità, quantità, prezzo e programmazione della produzione.
La durata pluriennale degli accordi, da 3 a 5 anni, permette agli agricoltori di programmare le semine, garantendo le forniture di materia prima alla molitoria e ai pastifici e riducendo il rischio di oscillazioni nei prezzi, grazie a valori prestabiliti e alla premialità agganciata ai risultati qualitativi.
Intanto, le condizioni climatiche favorevoli stanno accelerando le operazioni di semina in tutta Europa, ostacolate l’anno scorso da un eccesso di precipitazioni. In Francia le semine a cereali autunnali sono già al 50% rispetto al programmato. Bene anche in Germania e in Polonia, mentre a livello continentale non si prevedono variazioni sostanziali rispetto alla scorsa campagna di semina, con la conferma di 21-22 milioni di ettari che verranno destinati quest’anno alla coltivazione del frumento tenero.
Mais: in vent’anni perse metà delle superfici, deficit oltre il 55%
Un raccolto ancora molto distante dal fabbisogno nazionale, con un tasso di autoapprovvigionamento sceso stabilmente al di sotto del 45 per cento. Un comparto, quello del mais, che in Italia ha perso in vent’anni più di metà delle superfici investite, un risultato conseguente all’impatto del cambiamento climatico, alle implicazioni sanitarie e a valutazioni di convenienza economica che hanno dirottato le scelte su colture alternative, tra cereali e oleaginose. La scarsa remuneratività per le aziende del settore, dovuta anche a un’impennata dei costi di produzione e ai considerevoli aumenti per gli approvvigionamenti irrigui, spiega queste tendenze, in un mercato soggetto alle pressioni concorrenziali dei grandi produttori (Usa e Brasile in testa) e alla maggiore volatilità dei prezzi mondiali.
Si consideri che nel 2006 le superfici a mais in Italia, secondo l’Istat, superavano quota 1,1 milioni di ettari. Un dato sceso l’anno scorso sotto la soglia dei 500mila ettari e risalito marginalmente quest’anno a 506mila. La dipendenza dall’estero è confermata da importazioni che hanno raggiunto picchi di oltre 7 milioni di tonnellate (erano meno di 4 milioni dieci anni fa), a fronte di un raccolto nazionale che le ultime indicazioni ufficiali accreditano attorno ai 5 milioni.
L’export di pasta continua a crescere ma l’incognita dazi mette a rischio il mercato Usa
Dopo il +14,4% dello scorso anno, nei primi sette mesi del 2025 le vendite oltreoceano hanno generato un incasso superiore ai 400 milioni, con un +3,7%, a fronte di volumi (206mila tonnellate) cresciuti nello stesso periodo di oltre il 9 per cento. Lo shutdown rinvia il raddoppio delle tariffe con nuovi margini di manovra per salvare il primo mercato del Made in Italy. Intanto gli operatori avviano la riflessione sulla necessità di diversificare gli sbocchi.
L'inchiesta avviata dal dipartimento del Commercio americano e la conseguente proposta di un extra dazio antidumping che potrebbe spingere la tassa doganale degli Usa oltre la soglia “monstre” del 100%, hanno aperto uno scenario inedito per le paste italiane. Un mercato, quello americano, vitale per le imprese del settore, ma oggi a rischio di una drastica contrazione. La proposta prevede l’applicazione di un dazio antidumping specifico pari al 91,74%, da aggiungere alla tariffa base del 15% già applicata sulle importazioni dall’Unione europea. L’entrata in vigore, ipotizzata a gennaio 2026, dovrebbe comunque slittare di qualche mese a causa dello shutdown che ha paralizzato l’attività della macchina amministrativa federale.
Governo italiano e Unione europea hanno già chiesto chiarimenti a Washington, segnalando il rischio di una misura sproporzionata. Nel peggiore degli scenari, parte degli esportatori abbandonerebbe il mercato a stelle e strisce, mentre le imprese tricolore con stabilimenti produttivi negli Usa continuerebbero a operare, aggirando il dazio. Un’eventuale revisione al ribasso dell’aliquota nella versione finale ridurrebbe i margini dei produttori, ma avrebbe effetti solo parziali sui volumi di esportazione. Un accordo politico, infine, per il ritiro della proposta, lascerebbe ampi margini di manovra alle imprese, creando comunque un precedente sul quale gli operatori del settore dovranno aprire una riflessione, allargando per quanto possibile la geografia delle esportazioni.
I dati Istat certificano un export di paste italiane in Usa per oltre 670 milioni di euro nel 2024, in crescita del 14,4% anno su anno. Nei primi sette mesi del 2025 le vendite nel mercato a stelle e strisce hanno generato un incasso superiore ai 400 milioni, con un 3,7% di aumento, a fronte di volumi (206mila tonnellate) cresciuti nello stesso periodo di oltre il 9 per cento. Si osserva, anche quest’anno, una significativa flessione dei prezzi medi unitari, tornati sotto la soglia dei 2 euro al chilo e in calo di oltre il 5 per cento. Una tendenza che appare in linea con l’andamento degli ultimi due anni, dopo la fiammata del 2022, quando i prezzi Fob per le paste destinate al mercato americano avevano raggiunto un picco di 2,21 euro per chilo.
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