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Un sistema “premium” da oltre 90 miliardi con una spiccata propensione all’export.

Nato come strumento di tutela e valorizzazione dei prodotti dei territori, fuori dalla logica delle commodity, lo schema Ue delle denominazioni d’origine (Dop, Igp e Stg) è diventato uno dei motori più potenti dell’agroalimentare europeo 

Un progetto ambizioso. Che da un disegno originario di difesa dei prodotti locali è arrivato a costruire un sistema “premium” da oltre 90 miliardi di euro, con una spiccata propensione all’esportazione. 

Lo schema europeo delle denominazioni di origine nasce come strumento di protezione e valorizzazione dei prodotti dei territori, fuori dalla logica delle commodity, ma è diventato oggi uno dei motori più potenti dell’agroalimentare europeo. Un impianto costruito per difendere le economie rurali locali, ma ormai meno dipendente, per fatturati, dalla geografia d’origine e sempre più orientato ai mercati internazionali. 

Negli anni ’80 e ’90 l’Europa, in un contesto di progressiva apertura e globalizzazione degli scambi, aveva ideato un percorso comune per contrastare tre pericolose derive, dovute al crescente fenomeno delle imitazioni e contraffazioni, all’emorragia di redditi e occupati nelle aree rurali e alla concorrenza pressante dei brand veicolati dai grandi gruppi multinazionali. La risposta è arrivata nel 1992, anno in cui l’Unione europea ha introdotto il sistema delle indicazioni geografiche (Dop, Igp e Stg). Dietro le sigle c’era il il progetto “economico” di legare il prodotto al territorio di origine per creare valore non replicabile, veicolando non solo un bene alimentare ma anche un “intorno culturale” costruito a partire da storia, tradizioni, tecniche e reputazione, tutti elementi strettamente legati alla geografia di appartenenza delle produzioni. Il “salto” è avvenuto negli ultimi vent’anni. Il sistema ha assunto oggi il rango di infrastruttura economica dell’agroalimentare europeo di qualità, uno strumento adatto a competere e a creare valore aggiunto anche all’estero. Il tutto attraverso un basket articolato di produzioni di pregio, con nicchie anche nel luxury, che oltre confine sviluppano, in alcuni casi, fino al 50-70% del fatturato.

 

Dai formaggi oltre il 60% del fatturato della Dop Economy nazionale

Quello dei formaggi è il comparto più rappresentativo nel sistema delle indicazioni geografiche, considerato che in ambito nazionale se ne contano oggi 57, corrispondenti al 22% del paniere europeo di prodotti Dop appartenenti allo stesso settore. In Italia il valore alla produzione sfiora i 5,9 miliardi di euro e da solo concentra oltre il 61% del fatturato dell’intero comparto food a indicazione geografica (9,6 miliardi). Il ruolo trainante di Grana Padano e Parmigiano Reggiano che realizzano all’estero oltre metà del business

Tra i comparti dell’agroalimentare italiano, quello dei formaggi è il più rappresentativo nel sistema delle indicazioni geografiche. Nessun altro concentra una presenza così densa di marchi tutelati, considerato che in ambito nazionale se ne contano oggi 57, corrispondenti al 22% del paniere europeo di prodotti a indicazione geografica appartenenti allo stesso settore.

La centralità dei formaggi nel sistema delle denominazioni d’origine affonda le radici nella storia stessa della qualità dell’agroalimentare europeo. Molte produzioni casearie in Italia avevano già sviluppato forme di tutela locale ben prima della nascita dei blasoni comunitari. Il riferimento è a pilastri del settore come Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Gorgonzola, già ottenuti nel rispetto di rigidi disciplinari di produzione e soggetti a ferrei controlli da parte degli organismi consortili. Con l’introduzione del sistema europeo delle indicazioni geografiche, queste storiche denominazioni sono state tra le prime ad attivare il marchio Dop, contribuendo a definire l’identità del modello europeo di protezione del territorio e facendo da apripista alle altre indicazioni geografiche.

Nel tempo, il comparto ha costruito una struttura economica più robusta e acquisito una solida reputazione internazionale che ha conferito al sistema basato sulla qualità certificata il ruolo di vera e propria leva competitiva. Oggi i formaggi muovono il core business della Dop Economy italiana, con un valore alla produzione che sfiora i 5,9 miliardi di euro e che da solo concentra oltre il 61% del fatturato dell’intero comparto food a indicazione geografica (9,6 miliardi).

A dare sostanza alla leadership e alla solidità del settore è la dimensione agro-industriale, fortemente legata ai territori d’origine. Grana Padano e Parmigiano Reggiano dominano il segmento dei formaggi stagionati a lunga maturazione. Il primo è tra i prodotti Dop più noti a livello mondiale, con un giro d’affari di circa 2,2 miliardi di euro, mentre il Parmigiano Reggiano, con 1,8 miliardi di valore ex fabrica, muove volumi inferiori, proporzionati ai territori coinvolti, ma ha ormai raggiunto una quota export in valore del 56%, a cui si affianca il 61% del Grana Padano.

 

 

Accanto a questi giganti, operano altre denominazioni con ruolo altrettanto significativo se valutato, oltre che sul piano economico, in termini di diversità del patrimonio caseario italiano. Il Gorgonzola, tra i principali erborinati europei, supera le 60mila tonnellate di produzione annua per un valore di 460 milioni di euro, mentre altre Dop come Mozzarella di Bufala Campana (529 milioni di fatturato alla produzione), Pecorino Romano (338 milioni), Asiago, Taleggio e Provolone Valpadana, contribuiscono a rafforzare la presenza italiana in segmenti di mercato molto diversi tra loro, dal fresco allo stagionato, esaltando l’immagine e la reputazione del made in Italy agroalimentare nel mondo.

Da rilevare che i prodotti certificati, nel caso specifico dei formaggi, contribuiscono in modo determinante alle esportazioni casearie italiane, che negli ultimi anni hanno registrato una crescita costante. Ci sono altre denominazioni che, seppure di grande prestigio, anche a livello internazionale, non hanno la stessa capacità di sviluppare masse critiche e fatturati cross border del medesimo calibro.

Si consideri che, grazie ai prezzi ancora elevati, le ultime statistiche hanno dato evidenza di una ulteriore crescita sia del valore alla produzione sia dell’export, che nel 2024 ha oltrepassato la soglia record di 3 miliardi di euro, sui 5,4 miliardi di fatturato generato complessivamente all’estero dall’insieme di formaggi e latticini, tra indicazioni geografiche e prodotti non tutelati (l’assegno è arrivato a 6,1 miliardi nel 2025). Tra i mercati di sbocco, la Francia resta saldamente in testa alla lista seguita da Germania, Regno Unito, Usa e Spagna.

Il competitor più “prossimo” all’Italia è la Francia, paese con una tradizione altrettanto significativa e con un numero elevato di indicazioni geografiche nel caseario, generalmente collocato poco sotto o intorno alla soglia italiana a seconda del criterio di ranking. Tra i follower ci sono Spagna e Grecia, ma con panieri più ristretti, seguiti a parecchia distanza da Portogallo, Germania e Paesi Bassi.

Accesso al credito, il pegno rotativo trasforma gli stock in garanzia reale

Il valore di alcuni grandi marchi dell’agrifood italiano ha conferito una “attitudine” finanziaria ai prodotti. E il caso dei formaggi è quello più emblematico.

Tecnicamente, lo strumento finanziario che caratterizza le filiere agroalimentari italiane di valore è il cosiddetto pegno rotativo, tipico dei formaggi a lunga stagionatura come Parmigiano Reggiano, Grana Padano o Pecorino Romano. A garantire i prestiti sono le forme in giacenza nei centri di stagionatura che consentono ai produttori di ottenere i capitali di anticipazione dal sistema bancario riducendo le istruttorie per la concessione dei fidi. Si tratta di importanti iniezioni di liquidità utili a coprire i costi correnti di produzione, dagli acquisti di materia prima alle lavorazioni, dall’energia alla manodopera.

Il pegno rotativo, strumentale anche alla programmazione, trasforma gli stock in garanzia reale. Il bene mobile, come accennato, sono le forme identificate e registrate in base a numero, peso, marchio e lotto in centri certificati soggetti a controlli rigorosi dei consorzi e a sistemi di tracciabilità. La particolarità è che il pegno è “rotativo”, aspetto non secondario, dal momento che le forme possono essere cedute e in quel caso sostituite con le nuove entrate nel ciclo di maturazione. La garanzia, per tutta la durata del prestito, non è dunque sullo stesso bene di partenza ma ruota nel tempo, seguendo il ciclo della produzione e della stagionatura.

Dazi, l’agroalimentare Made in Italy fa i conti dell’impatto su export e prezzi

Secondo un’indagine Ismea-Origin Italia quasi un consorzio su due (il 48%) segnala una contrazione delle esportazioni di Dop e Igp verso gli Stati Uniti dall’entrata in vigore delle tariffe ad agosto 2025. Gli Usa sono il primo mercato per il 54% dei prodotti a indicazione geografica.

Sul fronte prezzi, nel 50% dei casi l’aumento, dovuto al dazio ad valorem del 15% è stato interamente trasferito ai buyer americani e, verosimilmente, al consumatore finale, con inevitabili implicazioni sulla competitività a scaffale

Ci vorranno altri mesi per valutare l’impatto dei dazi americani sull’agroalimentare italiano di qualità certificata. Ma la reazione è stata immediata, come dimostrano i numeri e le scelte operative dei consorzi di tutela, a distanza di poche settimane dall’entrata in vigore delle tariffe (agosto 2025).

Secondo un’indagine condotta da Ismea e Origin Italia su 54 consorzi del comparto food, quasi un organismo su due (il 48%) segnala una contrazione delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Un dato che conferma la sensibilità del comparto Dop e Igp alle dinamiche del commercio internazionale, soprattutto negli States che rappresentano nel 54% dei casi la prima destinazione dei prodotti a indicazione geografica e nel 72% uno dei primi tre sbocchi.

Sul fronte prezzi, la risposta non è univoca. Nel 50% dei casi, l’aumento, dovuto al dazio ad valorem del 15%, è stato interamente trasferito ai buyer americani e, verosimilmente, al consumatore finale, con inevitabili implicazioni sulla competitività a scaffale. In un altro 30% delle situazioni osservate, il rincaro è stato riassorbito lungo la catena produttivo-distributiva, gravando su produttori e intermediari commerciali, mentre nel restante 20% dei casi sono state soprattutto le imprese italiane a farsi carico del dazio, con una politica di sconti che ha inevitabilmente compresso i margini aziendali.

Non è chiaro quale sarà l’impatto nel medio-lungo periodo. Il rischio, segnalato da diversi operatori, è la perdita di visibilità dovuta a una minore presenza dei prodotti a indicazione geografica nella grande distribuzione americana, con possibili implicazioni sul piano reputazionale.

Nel frattempo, i dati dell’Us Census bureau forniscono uno spaccato di chiara impronta negativa, con le importazioni Usa di formaggi e latticini italiani (tra Dop e senza marchio) scese nel 2025 del 26% in valore. Tirano il freno (-5%), salumi e altre preparazioni a base di carni, con il bilancio degli ultimi dodici mesi che ha lasciato un segno meno anche sulle importazioni di vini italiani che oltre Atlantico hanno perso il 10% del fatturato 2024.

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