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Indicazioni geografiche, in Europa oltre un marchio su quattro è Made in Italy

L’Italia si conferma leader nella Ue con 891 tra Dop, Igp e Stg, seguita dalla Francia con 774 prodotti tutelati, e a distanza da Spagna (391), Grecia, Portogallo e Germania

Un primato incontrastato quello dell’Italia che si conferma leader in Europa per numero di Indicazioni geografiche, con 891 tra Dop, Igp e Stg, oltre un quarto del totale Ue. Distante ma non troppo la Francia con 774 prodotti tutelati da marchi comunitari, mentre resta a parecchie spanne la Spagna (391), a sua volta davanti a Grecia, Portogallo e Germania, che chiudono la parte alta del ranking. Un primato rafforzato dalla dimensione economica e occupazionale di un sistema di valenza strategica a livello nazionale, in grado di esaltare la qualità e le vocazioni dei territori nel realizzare e trasformare materie prime di eccellenza dell’agricoltura italiana.

Su un totale di 3.469 indicazioni geografiche registrate nei Ventisette, 1.588 fanno riferimento al sottoinsieme agroalimentare (comparto cibo) e 1.632 a quello vitivinicolo (si aggiungono le bevande spiritose con 249 riconoscimenti).

Ma la Dop economy, di fatto il segmento premium dell’agrifood, è molto più di una lista di eccellenze, rappresentando a tutti gli effetti un sistema produttivo coeso e radicato nei territori, non delocalizzabile, che combina fattori ambientali, sociali, storici e culturali per trarne valore a beneficio di tutta la componente produttiva e a vantaggio anche della distribuzione e del consumo.

Secondo l’ultimo Rapporto Ismea-Qualivita, in Italia, solo sul piano occupazionale, si sfiorano ormai gli 850mila addetti, di cui il 60% nella fase agricola. Inoltre, con più di 194mila operatori attivi, tra produttori e trasformatori, il sistema conferma un parterre di imprese dinamiche che cresce del 2% nel segmento food, ma perde poco più di 2 punti percentuali nel wine, anche per effetto di operazioni di fusioni e acquisizioni.

Per la Dop Economy (vino incluso) fatturato record di oltre 20 miliardi

Il giro d’affari al consumo del solo food è cresciuto del 3,6% nel 2023 e sfiora i 18 miliardi di euro, in un contesto che, nonostante le difficoltà dello scenario internazionale, appare dinamico e promettente sia sul mercato interno che oltre confine. A trainare la Dop economy in Italia sono soprattutto i formaggi, in crescita del 5,3% per la prima volta oltre i 5,5 miliardi di valore alla produzione, pari al 60% del fatturato complessivo, seguiti da salumi e carni

I numeri del 2023, gli ultimi ad oggi disponibili, confermano l’efficacia del sistema delle Indicazioni geografiche come motore di sviluppo economico dell’agroalimentare. Sul solo circuito delle Dop e Igp del sistema “cibo” il valore della produzione, basandosi sulle stime Ismea-Qualivita, ha raggiunto un livello record di 9,17 miliardi di euro, con un incremento annuo del 3,5% e una crescita del 44% in un decennio. Il giro d’affari al consumo sfiora i 18 miliardi di euro (+3,6% sul 2022), in un contesto che, nonostante le difficoltà contingenti e le emergenze internazionali, è apparso dinamico e ancora promettente sia sul mercato interno sia oltre confine.

A trainare la Dop economy in Italia sono soprattutto i formaggi, che crescono del 5,3% e superano per la prima volta i 5,5 miliardi di euro di valore alla produzione, coprendo il 60% del fatturato food. A seguire, seppure in crescita solo frazionale (+0,7%), i salumi e prodotti a base di carne, al 25% di quota, con 2,3 miliardi di euro ai prezzi ex fabrica, mentre tira il freno il comparto ortofrutticolo, il cui volume d’affari è sceso a 379 milioni di euro (-2%). Quanto all’export, cresce ma solo lentamente, dello 0,7%, totalizzando 4,67 miliardi nel 2023. In dieci anni gli incassi cross border sono però quasi raddoppiati. Unica nota negativa è la divergenza degli andamenti per macroaree, con un più 6,4% di esportazioni nell’Ue e un 7% circa di contrazione nei Paesi terzi, che coprono comunque una quota-valore del 40%.

Vini Dop e Igp: volumi in calo, ma restano trainanti

Nell’altro grande aggregato, quello vitivinicolo, il peso dei fattori esogeni quali l’inflazione, l’incertezza geopolitica e la perdita del potere d’acquisto, che ha caratterizzato alcuni importanti mercati di sbocco, ha messo sotto pressione l’intero segmento delle Indicazioni geografiche, vale a dire oltre la metà dei volumi prodotti delle cantine italiane e una quota ancora maggiore dei corrispettivi economici. Nel 2023 sono stati imbottigliati 25,9 milioni di ettolitri di vino, tra Dop e Igp, l’1% in meno rispetto al 2022. Una dinamica che ha tuttavia caratterizzato solo le denominazioni d’origine, in conclamata difficoltà anche per uno squilibrio ormai strutturale tra un’offerta in eccesso e una domanda in evidente difficoltà di tenuta.

Mini flessione anche per l’export, a 6,89 miliardi di euro nel 2023, in calo dello 0,6%, ma in sofferenza soprattutto negli sbocchi extra-Ue (in particolare negli Usa), che coprono però il 61% del fatturato estero. Nell’insieme, il valore alla produzione dei vini Dop e Igp imbottigliati si è ridotto del 2,3% scendendo a ridosso degli 11 miliardi di euro, di cui 9 miliardi riconducibili alle denominazioni d’origine. Il Veneto mantiene il primato con 4,3 miliardi di euro di valore, franco cantina. Seguono Piemonte, Toscana e Friuli-Venezia Giulia; al Sud primeggia la Puglia, sesta nella classifica regionale, davanti alla Sicilia in ottava posizione. A sviluppare i maggiori volumi d’affari sono i Prosecchi, seguiti a parecchia distanza dalla Dop delle Venezie. Rilevanti anche i fatturati dell’Asti Dop e dell’Amarone.


 

Gdo e oli Dop: crescita e nicchie da sviluppare

Complessivamente, tra food & wine, la Dop economy, un sistema coordinato dal lavoro di 317 consorzi di tutela autorizzati dal Masaf, sviluppa in Italia un giro d’affari alla produzione di 20,2 miliardi di euro, stabile anno su anno ma in crescita del 52% nell’arco di due lustri. Si tratta del 19% del fatturato complessivo dell’agroalimentare italiano e, con 11,6 miliardi di esportazioni, del 18% del valore delle vendite all’estero del settore.

Nella Gdo l’intero sistema delle Dop e Igp ha messo in moto un fatturato di 5,9 miliardi di euro nel 2023, in crescita del 7,2%, grazie anche al ruolo dei discount e alla leva delle promozioni. L’andamento è apparso in linea con quello dell’intero reparto degli alimentari e delle bevande e incorpora l’effetto composito di un aumento dei prezzi, nel contesto inflazionistico seguito allo shock energetico del 2022, e di un carrello leggermente alleggerito nei volumi.

Olio d’oliva: il comparto più dinamico

Il circuito degli oli tutelati rappresenta ancora una nicchia nel settore, con un’incidenza a volume di appena il 4-5% sul totale della produzione nazionale, quota comunque raddoppiata in dieci anni. Un dato che conferma i potenziali di crescita di un comparto sempre più export oriented.

Una lunga fase di rodaggio seguita da un consolidamento che ha lasciato agli annali il miglior risultato di sempre per gli oli di oliva a indicazione geografica. Un balzo del 32,6% nel 2023 che ha spinto per la prima volta il giro d’affari alla produzione oltre la soglia dei 100 milioni di euro. Per l’esattezza, le stime attribuiscono agli oli di oliva con marchio Dop e Igp un valore franco frantoio di 115 milioni di euro nel 2023, che ai prezzi al consumo sale a 168 milioni, in crescita del 18% su base annua.

Il caro-olio, associato a un deficit d’offerta a livello europeo per le forti carenze spagnole, ha dato un forte impulso ai fatturati, rilanciando anche le esportazioni tricolore, balzate a 81 milioni di euro (+30,5%). Per quanto attiene ai volumi, si osserva al contrario una flessione del 6,4%, con poco più di 12.300 tonnellate di produzione certificata. Le 50 Indicazioni geografiche che costituiscono il patrimonio oleicolo italiano “top quality” vedono una schiacciante prevalenza delle Dop, con 42 denominazioni contro 8 Igp.

A livello territoriale, a muovere il grosso dei fatturati sono le regioni del Mezzogiorno maggiormente vocate alla coltivazione dell’olivo, con il primato incontrastato della Puglia, davanti alla Sicilia. Altro grande bacino certificato è quello toscano, con un valore della produzione di 27 milioni di euro, contro i 29 della Sicilia e i 37 milioni della Puglia. Il trio di testa stacca di netto la Liguria, quarto polo con poco più di 5 milioni di tonnellate, e l’Umbria, seguita da Lazio e Veneto. Da rilevare che il circuito degli oli di oliva tutelati rappresenta ancora una sorta di nicchia nel settore, con un’incidenza a volume di appena il 4-5% sul totale della produzione nazionale, quota comunque raddoppiata in dieci anni. Un dato che conferma i potenziali di crescita di un comparto che sta avendo un incontrovertibile successo anche all’estero, seppure in una fase di prezzi particolarmente elevati e di una conseguente diminuzione del consumo soprattutto per le produzioni di maggior pregio.