Export agroalimentare e nuovi dazi doganali
05 giugno 2025
a cura di Il Sole 24ORE Radiocor
L’agroindustria traina le esportazioni al massimo storico di 70 miliardi.
Con l’11% delle vendite estere totali e un saldo positivo di oltre 1 miliardo l’agroalimentare rientra a pieno titolo tra i comparti di punta della bilancia commerciale italiana. Il surplus dell’industria ha più che compensato il deficit di materie prime.
Un comparto, l’agroalimentare, che rientra a pieno titolo tra quelli di punta della bilancia commerciale italiana, con vendite all’estero per quasi 70 miliardi di euro nel 2024, corrispondenti a poco più dell’11% del valore totale delle esportazioni. Caratteristiche distintive del food & beverage tricolore sono la solidità dei fatturati esteri, con trend in ascesa, e l'elevato valore aggiunto dei prodotti esportati, in un comparto che mostra tuttavia anche alcune fragilità strutturali associate alla componente agricola.
Si consideri che l’interscambio di prodotti primari (agricoltura, silvicoltura e pesca) ha determinato, nel 2024, un deficit di 13,2 miliardi di euro, con un valore delle esportazioni di poco più di 9 miliardi, a fronte di una spesa per l'import di 22,5 miliardi. Un disavanzo ampiamente controbilanciato dal surplus delle componente industriale del settore che ha generato esportazioni per 59,8 miliardi di euro e un saldo positivo di 14,2 miliardi.
L’Italia è nota a livello mondiale per la capacità di trasformare materie prime in eccellenze del made in Italy, grazie a un tessuto produttivo costituito da circa 60mila imprese di lavorazione tra alimenti e bevande, ma resta, come evidenziato dai numeri, fortemente dipendente dall’estero per l’approvvigionamento di molte commodity, inclusi grano, soia e prodotti coloniali.
L’agroalimentare nel panorama dell'export tricolore si posiziona, in base alle ultime letture statistiche, sul secondo gradino del podio, per valore assoluto, dietro ai macchinari e apparecchiature, ma davanti a comparti di altrettanto spessore economico quali metalli e lavorazioni, tessile e abbigliamento e mezzi di trasporto. L’Italia è leader mondiale nell’export di pasta e conserve di pomodoro ed è seconda per le esportazioni di vini e oli extravergini di oliva. Considerevole anche il volume d’affari legato alle vendite all’estero di formaggi, salumi e prodotti ortofrutticoli, con posizioni di alta classifica per diversi prodotti tra cui mele, kiwi e uva da tavola.
La crisi geopolitica non rallenta la corsa del Made in Italy all’estero
Nel 2024 a registrare la migliore performance è stato il comparto dell’olio d’oliva con un aumento del 43% che ha spinto il fatturato estero oltre i 3 miliardi, grazie anche alla minor concorrenza
del prodotto spagnolo. A tirare la volata sono state anche le esportazioni di salumi, +9,5%
per un valore di quasi 2,4 miliardi. Bene anche formaggi e latticini (+9% il giro d’affari a 5,4 miliardi).
Un ottimo stato di salute. Con un andamento in controtendenza rispetto alla dinamica generale dell’export nazionale che l’anno scorso ha ceduto un frazionale 0,4 per cento. Nel 2024 l’agroalimentare italiano non solo si è distinto insieme a pochi altri comparti, ma ha anche centrato un nuovo record, superando per la prima volta la soglia dei 69 miliardi di euro di esportazioni. Un risultato, certificato dall’Istat, che conferma i progressi nella difficile sfida dell’internazionalizzazione, in un contesto congiunturale tutt’altro che agevole per l’impatto delle crisi geopolitiche e per le difficoltà logistiche e di trasporto che hanno caratterizzato soprattutto le rotte marittime tra l’Asia e l’Europa.
Rispetto al 2023, l’export dell’agrifood tricolore è cresciuto del 7,5%, con la bilancia commerciale che ha chiuso i conti degli ultimi dodici mesi con un avanzo valutario di oltre un miliardo di euro, in crescita rispetto ai 770 milioni del 2023.
A spingere oltre confine sono stati tutti i prodotti simbolo della tradizione italiana, grazie al buon andamento delle vendite nei mercati storici e all’effetto propulsivo della domanda in alcuni Paesi emergenti, per lo più extraeuropei.
Tra i prodotti di punta, ha registrato la migliore performance l’olio d’oliva, con un clamoroso balzo in avanti del 43%, che ha spinto il fatturato cross border oltre la soglia dei 3 miliardi di euro. Dopo un anno difficile, profondamente segnato da un deficit produttivo di portata storica, il comparto ha beneficiato di un decisivo recupero dei volumi, in un mercato complessivamente più ricettivo e meno soggetto alla pressione concorrenziale degli oli spagnoli. A tirare la volata sono state anche le esportazioni di salumi, con un robusto +9,5% che ha spinto gli incassi a ridosso dei 2,4 miliardi di euro. Stessa evidenza per formaggi e latticini, che all’estero hanno generato un giro d’affari di 5,4 miliardi, in crescita del 9% anno su anno.
Tutt’altro che scontata, per le caratteristiche di prodotto maturo, la crescita delle esportazioni di paste italiane, il cui successo è stato decretato l’anno scorso da un +5% di introiti e da un fatturato record di 4,3 miliardi di euro, che ha fatto il paio con i quasi 3 miliardi delle conserve di pomodoro (+4% circa). Stessa considerazione per vini e spumanti, comparto leader con 8,1 miliardi di esportazioni (+5,5% sul 2023), seguiti da frutta e ortaggi, il cui giro d’affari ha superato oltre confine il muro dei 6 miliardi di euro (+5,3%). Nella lista “top” dell’export tricolore entrano anche il caffè torrefatto (+9% le esportazioni, a quota 2,6 miliardi) e il cacao e derivati che viaggiano a un ritmo ancora più accelerato (+18%), muovendo all’estero un fatturato di 3 miliardi di euro. .
La geografia delle esportazioni conferma il primato tedesco, con la Germania che resta il primo mercato per l’agroalimentare italiano, con oltre 10 miliardi di euro e un più 6% su base annua. Non troppo distanti gli Stati Uniti, che guadagnano ancora terreno (+17%) puntando verso quota 8 miliardi. Positivo nel 2024 anche il bilancio delle vendite in Canada e Giappone, con incrementi double digit (+14% circa) in entrambi i mercati. A sorprendere è stata tuttavia soprattutto la performance in Russia, dove le tensioni geopolitiche e l’effetto delle sanzioni non hanno impedito una crescita di quasi il 20%. La Francia resta il terzo maggiore sbocco commerciale, con un assegno di poco meno di 7 miliardi e mezzo di euro (+4% circa). Quarto, nonostante Brexit, è il Regno Unito, con le vendite oltre Manica cresciute del 6 per cento.
L’Unione europea resta lo sbocco prevalente, anche se è apparsa decisamente più sostenuta la dinamica dell’export nel blocco dei Paesi extra Ue.
In due lustri le esportazioni agroalimentari italiane sono cresciute, in valore, di oltre l’87%, passando da meno di 37 miliardi di euro ai livelli attuali. In media la crescita annua è stata del 6,5%, peraltro senza interruzioni, neanche nel 2020, l’anno della pandemia, e con una forte accelerazione nel biennio 2021-2022 per un effetto rebound nel primo anno, dopo il lockdown, e per l’impatto dell’inflazione in quello successivo.
Dazi e possibili contromisure: l’incertezza è il primo effetto delle nuove tariffe
Nessuna sorpresa. Una svolta al contrario annunciata, quella protezionistica, che Donald Trump ha impresso alla politica commerciale statunitense a pochi giorni da suo insediamento alla Casa Bianca.
Con il ritorno delle tariffe, sono riesplose le tensioni con la Cina, recentemente “congelate” da una moratoria di tre mesi sugli extradazi di oltre il 100%, ma si sono anche aggravati i contrasti con l’Unione europea. La situazione non è ancora definita. C’è grande apprensione, tra le imprese del sistema agroalimentare, per la risolutezza di Trump, che a partire da aprile 2025 ha introdotto dazi del 25% su auto e componenti europei, colpendo in particolare la Germania, aggiungendo tariffe del 25% su acciaio e alluminio e un dazio ad valorem generalizzato del 20% su tutte le importazioni dall’Ue, giustificato con il principio di “reciprocità” commerciale. Bruxelles, in una prima fase, ha reagito con una controffensiva da 26 miliardi di euro, mirata a prodotti simbolo del made in Usa, con la Commissione europea che ha definito le mosse di Washington “unilateralmente aggressive”, proponendo l’avvio di un nuovo tavolo multilaterale sul commercio. Ma dopo l'annuncio di Trump di una pausa di 90 giorni per i dazi reciproci del 20%, ora dimezzati, l’Ue ha deciso di sospendere l’applicazione delle misure ritorsive per lo stesso arco temporale, in attesa di un possibile accordo. Operatori e imprese restano comunque soggetti ai dazi reciproci del 10% su tutte le importazioni di prodotti negli Usa. Tariffe che non si sostituiscono, ma si sommano a quelle normalmente previste nell'interscambio.
Un’altalena che non ha prodotto finora risultati concreti, se non una maggiore incertezza per imprese e consumatori. Ma se non altro un segnale di apertura, con il rischio che, passata la tregua, si torni rapidamente allo scontro.
Pasta, vini e spumanti firmano l’anno d’oro dell’export agroalimentare italiano negli Usa
Il 2024 si è chiuso con un balzo del 17% e un surplus record di 6,3 miliardi (+16,8%) su 7,8 miliardi di vendite totali. Un legame commerciale quello tra Italia e Stati Uniti che si rafforza su più fronti, con l’agrifood che rappresenta uno dei fiori all’occhiello in un mercato secondo solo alla Germania per il fatturato estero del Made in Italy
Annus mirabilis il 2024 per l’agroalimentare italiano negli Usa, con un balzo del 17% dell’export e un surplus record di 6,3 miliardi di euro (+16,8%).
Un legame commerciale quello tra Italia e Stati Uniti che si rafforza su più fronti, in particolare nell’agrifood, uno dei fiori all’occhiello del made in Italy, con le vendite oltre Atlantico che hanno raggiunto un nuovo primato, spingendosi a 7,8 miliardi di euro, risultato che consolida il ruolo strategico degli Stati Uniti come secondo mercato di sbocco per i prodotti agroalimentari italiani a livello globale, alle spalle della Germania.
Nel 2024 le spedizioni verso il mercato a stelle e strisce hanno rappresentato, in termini di incassi, l’11,3% dell’export totale agroalimentare italiano, grazie soprattutto ai progressi di vini e spumanti (+10% rispetto al 2023), paste (+15%) e oli d’oliva, le cui vendite in Usa sono aumentate del 41% in un solo anno. Significativi anche i contributi di altri comparti, in particolare di formaggi e conserve di pomodoro, con incrementi rispettivamente del 10 e del 28 per cento.
Sull’altra sponda dell’Atlantico emerge un quadro molto diverso. Nel 2024 le importazioni agroalimentari degli Stati Uniti hanno totalizzato 214,1 miliardi di dollari, il più alto livello di sempre, generando, a fronte di esportazioni per circa 175 miliardi, un disavanzo attorno ai 38 miliardi di dollari. Da rilevare che il saldo della bilancia agroalimentare di Washington è stato positivo per circa 60 anni, fino al 2019 per poi girare in negativo. Tra il 2014 e il 2024 le esportazioni sono cresciute a un tasso medio annuo dell’1%, contro il più 6% delle importazioni. Un diverso ritmo di marcia motivato dalla spinta dell’economia degli States, dalla forza del dollaro rispetto alle altre valute e da un forte aumento dei consumi.
L’Italia contribuisce per circa il 4% alle importazioni agroalimentari degli Usa. Una quota che non appare trascurabile considerando la concorrenza globale e il ruolo dominante dei grandi produttori agricoli di prossimità (Canada e Messico) e dei competitor latinoamericani.