Rapporto sulla filiera cerealicola
05 agosto 2024
a cura di Il Sole 24ORE Radiocor
Photo credit: Nancy Anderson - stock.adobe.com
La siccità riduce i raccolti nazionali di grano duro al minimo storico
La prolungata mancanza d’acqua al Sud unita al calo degli investimenti porta la produzione a 3,5 milioni di tonnellate (-15%) ma la qualità è ottima. Bene il Centro-Nord.
Il bilancio è in assoluto il peggiore degli ultimi 20 anni. Con il raccolto di grano duro in Italia che a causa del pesante dietro front degli investimenti e della prolungata assenza di precipitazioni nel sud Italia ha subito, in base ai primi conteggi, una riduzione del 15% su base annua. L’incertezza intorno al dato finale - informa il Crea, il Consiglio per la ricerca e l’analisi economica in agricoltura - è legata alla corretta stima delle superfici coltivate, che l’Istat quantifica attualmente attorno a 1,13 milioni di ettari (-11% su base annua). La siccità ha fatto il resto riducendo sensibilmente le rese nelle aree tradizionali di coltivazione (Sicilia, Puglia e Basilicata), regioni più vulnerabili al cambiamento climatico.
Nel resto d’Italia la situazione, al contrario, è più che soddisfacente, grazie soprattutto al contributo di Marche e Emilia-Romagna dove le condizioni climatiche non hanno impattato sui rendimenti in campagna. Per Italmopa (industria molitoria), le quantità raccolte si aggirano quest’anno sui 3,5 milioni di tonnellate, ma i grani, a differenza della scorsa campagna, presentano un elevato livello qualitativo con tutti i principali parametri - dal tenore proteico al peso ettolitrico - che gli utilizzatori industriali giudicano “largamente soddisfacenti”.
Ancora in frenata i listini. A fine luglio le quotazioni hanno subito un’ulteriore limatura sulle piazze benchmark di Foggia e Bologna, con i valori attuali che su base annua registrano un divario negativo di oltre il 20%, schiacciati dalle pressioni al ribasso dei prezzi mondiali.
Sui mercati attesi nuovi ribassi fino al 20% in un anno
Per la campagna 2024-25 gli analisti britannici dell’International Grains Council (Igc) stimano un aumento della produzione mondiale di grano duro del 12% a 35 milioni di tonnellate dovuto all’incremento delle superfici seminate e delle rese in Canada e Turchia.
In Europa atteso un calo del 7% dei raccolti e una crescita del 14% delle importazioni.
Il quadro dei fondamentali sul mercato mondiale del grano duro non sembra quest’anno in grado di offrire un sostegno duraturo ai prezzi internazionali, che nelle indicazioni degli analisti dovrebbero mediamente ridursi del 15-20% sulla distanza di un anno.
Per la campagna 2024-25, l’organismo intergovernativo britannico International grains council (Igc) stima un aumento della produzione mondiale di grano duro del 12%, a 35 milioni di tonnellate. Un risultato, spiegano gli esperti, determinato da un aumento delle superfici seminate e da prospettive di resa migliori, soprattutto in Canada, Turchia e Messico, che insieme rappresentano una quota significativa dell’output globale.
La crescita a doppia cifra del raccolto mondiale risente, tuttavia, dell’effetto confronto con un’annata, quella trascorsa, che aveva chiuso a 31,3 milioni di tonnellate, secondo l’Igc, il peggior risultato da oltre due decenni.
Il consumo, previsto a 34,4 milioni di tonnellate, dovrebbe crescere di circa un punto percentuale rispetto al 2023-24, mantenendosi però su un livello allineato alla media storica. Non dovrebbe subire scossoni (se non una marginale flessione) il commercio globale, con la prospettiva di scambi per 9,3 milioni di tonnellate, sia pure con qualche assestamento nei rapporti tra i maggiori competitor, a favore principalmente di Ottawa e a scapito di Russia, Turchia e Unione europea.
Quanto alle scorte, quelle finali dovrebbero risalire la china, portandosi a 5,5 milioni di tonnellate, il 12% in più rispetto agli stock di inizio stagione. Ma il dato resta ben al di sotto della media pluriennale, con il closing della scorsa campagna sceso ai minimi da 30 anni. Restano alcune incognite sostanzialmente legate all’evoluzione climatica e agli sviluppi delle domanda mondiale, che potrebbero cambiare il quadro di fondo e attenuare sui mercati l’effetto deflattivo.
Tra i fattori da tenere sotto osservazione - spiegano gli analisti - ci sono le condizioni meteorologiche in Canada e Stati Uniti e le previsioni sui consumi in Nord Africa, oltre all’effettiva dimensione del raccolto turco, con Ankara che l’anno scorso ha segnato il primato produttivo mondiale (complice il tracollo del raccolto canadese per le gravi implicazioni della siccità), entrando di diritto nel club dei principali esportatori di grano duro. Una combinazione di più elementi, tra prezzi elevati, rese superiori alla media e programmi di sostegno interni orientati all’esportazione, ha permesso alla Turchia di emergere come player globale in un momento di carenza d’offerta, grazie anche ai prezzi competitivi dei grani locali.
Si prevede che nel Paese della mezzaluna il raccolto crescerà quest’anno del 5%, raggiungendo il livello record di 4,5 milioni di tonnellate. Un quantitativo comunque largamente inferiore ai 6,3 milioni attesi in Canada, dove la produzione dovrebbe recuperare quasi il 60% rispetto ai 4 milioni della scorsa stagione, grazie a un ritorno a livelli di resa normali e a un più 5% delle semine, a 2,6 milioni di ettari in base alle stime di luglio annunciate da Statistics Canada.
In crescita di oltre il 20% anche l’output di grano duro statunitense che stando alle valutazioni dell’Usda, il dipartimento dell’Agricoltura americano, dovrebbe spingersi a ridosso dei 2 milioni di tonnellate.
Al contrario, non è andata bene in Europa, dove il calo delle semine, con le operazioni ostacolate dalle condizioni climatiche sfavorevoli, ha impresso quest’anno una battuta d’arresto alla produzione continentale.
Le ultime stime della Commissione europea attestano la produzione Ue a poco meno di 6,5 milioni di tonnellate, in calo di oltre il 7% anno su anno e molto al di sotto degli 8 milioni toccati nella campagna 2021-22.
Nei Ventisette le importazioni di grano duro si spingeranno oltre la soglia dei 3 milioni di tonnellate con una crescita del 14%, in previsione di un consumo di quasi 9 milioni, sostanzialmente in linea con il dato dello scorso anno.
In Europa calano le superfici di grano tenero, record dei consumi
Un taglio delle superfici in Europa di 800mila ettari, dovuto alle piogge insistenti che in molti casi hanno impedito, soprattutto in Francia e Germania, le operazioni di semina. Con conseguenti implicazioni sul raccolto di frumento tenero, che nell’Ue-27 dovrebbe scendere quest’anno sotto i 73 milioni di tonnellate (-3%), nonostante la prospettiva di rese migliori. Le previsioni, recentemente formulate dal Coceral, l’organismo europeo di rappresentanza del trade del settore, certificano la perdita a doppia cifra in Francia, primo produttore continentale (-13%) a cui si affianca un meno 5% in Germania. In Italia, al contrario, il nuovo raccolto di frumento tenero dovrebbe mantenersi poco al di sotto dei 3 milioni di tonnellate, per l’effetto combinato di un calo delle superfici e di un aumento di resa, grazie alle condizioni climatiche complessivamente favorevoli nelle regioni del Nord. In forte aumento la produzione spagnola, più che raddoppiata, dopo il tracollo del 2023, mentre nell’Est Europa a una tenuta dei raccolti polacchi dovrebbero contrapporsi lievi contrazioni in Romania, Bulgaria e Ungheria.
A livello mondiale, i prospetti recentemente pubblicati dal dipartimento Usa dell’Agricoltura, aggiornati al mese di luglio, mettono nero su bianco un raccolto di frumento (tra tenero e duro) di 796 milioni di tonnellate, in crescita dello 0,9% su base annua. La previsione, però, di un consumo record di 800 milioni di tonnellate prefigura un’altra annata in deficit, con un conseguente alleggerimento degli stock mondiali, che per oltre il 50% resteranno in mani cinesi.
Si ferma la corsa dell’import di grano duro. Aumentano del 33% gli acquisti di tenero
Nel 2024 la crescita degli arrivi di frumento duro da Kazakistan, Grecia e Turchia è controbilanciata da una riduzione di oltre il 70% delle importazioni dal Canada, dovuta al grave deficit produttivo nel Paese. Sul fronte dell’export dell’intero comparto cerealicolo, continua la buona performance delle vendite di pasta, di cui l’Italia è primo produttore ed esportatore mondiale con un fatturato annuo di oltre 4 miliardi.
Un quadro grosso modo invariato, quest’anno, per le importazioni di grano duro, dopo il maxi aumento del 2023 (+65%), mentre gli arrivi dall’estero di frumento tenero hanno registrato una significativa accelerazione, con un incremento del 33% nel cumulato dei primi quattro mesi del 2024 (+10% nell’intera annata trascorsa). Lo rileva l’Anacer, l’Associazione nazionale cerealisti, sulla base dei dati provvisori dell’Istat. Da segnalare il forte aumento delle importazioni di grano duro da Kazakistan, Grecia e Turchia, controbilanciato però da una riduzione di oltre il 70% degli arrivi dal Canada, per il grave deficit produttivo nel Paese.
Riguardo alle esportazioni, che nel comparto cerealicolo sono chiaramente sbilanciate sui prodotti trasformati (farine, semole, paste e prodotti da forno), i dati di quest’anno confermano la buona performance delle vendite all’estero di paste alimentari, di cui l’Italia è primo produttore ed esportatore su scala globale.
L’anno scorso le spedizioni oltre confine tra paste di semola e altre tipologie hanno generato un fatturato record, per la prima volta oltre la soglia dei 4 miliardi di euro (+3,5% sul 2022), seppure a fronte di una leggera contrazione dei volumi esportati (-2%). Quest’anno, da gennaio ad aprile, le spedizioni hanno ripreso vigore, mettendo a segno un più 12% in quantità e un 6,4% di crescita in valore, con il giro d’affari che si è già spinto oltre 1,4 miliardi di euro.
Anche sul mercato interno, secondo le rilevazioni NielsenIQ, le vendite di pasta hanno registrato un andamento positivo, nonostante le forti tensioni inflazionistiche, con progressi nel bilancio dell’ultimo anno sia per le secche di semola tradizionali sia per le paste fresche. A spingere gli acquisti degli italiani sono state le maggiori promozioni sui brand industriali e le proposte dei formati da un chilo. Considerevole anche il contributo delle private label, vendute a un prezzo mediamente inferiore ai brand premium. Un segmento, quello delle marche del distributore, che nel settore delle paste assume un particolare rilievo, intercettando oltre un terzo del fatturato retail.
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