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L’agroalimentare supera i 60 miliardi ma l’Italia è solo quinta in Europa

Olanda, Germania, Francia e Spagna guidano la classifica Ue. In Cina i maggiori margini di espansione per aumentare le vendite estere.

Il dato potrebbe stupire. Ma nonostante il considerevole giro d’affari legato all’export tricolore, balzato per la prima volta, l’anno scorso, sopra la soglia dei 60 miliardi di euro, l’Italia resta a parecchie spanne di distanza dai maggiori esportatori di prodotti agroalimentari europei. Nel ranking dei Ventisette paesi dell’Ue figura solo in quinta posizione, in una classifica che assegna il primato ai Paesi Bassi, seguiti nell’ordine da Germania, Francia e Spagna.

Più bassa, rispetto ad altri competitor continentali, anche l’incidenza dell’agrifood sul totale dell'export nazionale: in Italia è del 9,9%, quota pari a circa la metà di quella spagnolo e inferiore di 3 punti percentuali se rapportata all’incidenza francese.

Sono numeri, riportati in un recente studio di The European House - Ambrosetti, che dimostrano il potenziale di una filiera penalizzata anche dal dilagante fenomeno delle contraffazioni, dovuto alla notorietà e all’alta reputazione internazionale del made in Italy del settore. Al food & beverage tricolore le imitazioni sottraggono all’estero una quota del fatturato che equivale grosso modo a quanto oggi il Paese già realizza con le vendite oltre confine.
C’è un’altra incongruenza legata, in questo caso, ai mercati di sbocco, con particolare riferimento a quelli ritenuti strategici. In Cina, il più emblematico, la presenza italiana è ancora molto modesta e soprattutto inferiore a quella dei principali partner europei, Francia in primis. Il Dragone è il secondo maggiore importatore mondiale di prodotti agroalimentari, preceduto solo dagli Stati Uniti, ma per l’Italia rappresenta solo il ventesimo sbocco commerciale (l’ottavo per Parigi), a riprova di quanto ampio sia il potenziale inespresso oltre la Grande Muraglia.
 

In 10 anni crescita media del 6,4% annuo, trainata dalle vendite di trasformati.

L’Italia è il primo esportatore globale di pasta e il secondo di vini, nocciole, mele e kiwi.
Nel 2023 nuovo record di 64 mld con una crescita del 5,7% sul 2022.
Anche l’incidenza del settore agroalimentare sull’export totale è salita fino a sfiorare il 10%.

Seppure in un contesto meno dinamico rispetto a quello post pandemia, il 2023 ha chiuso ancora con un risultato positivo per il commercio agroalimentare italiano. Le esportazioni, in base ai dati dell’Istat, hanno messo a segno un nuovo record, superando i 64 miliardi di euro, in crescita del 5,7% rispetto al 2022, avanzando a un ritmo leggermente più accelerato rispetto a quella delle importazioni (+5,4%), balzate nel frattempo a 65 miliardi di euro. Il disavanzo della bilancia commerciale si è alleggerito, scendendo a poco meno di 890 milioni di euro, un deficit inferiore del 12% a quello del 2022.

La proiezione internazionale rappresenta il principale fattore di traino per il settore agroalimentare in Italia, il cui export è aumentato a un tasso medio annuo del 6,4% nel periodo 2010-2023, mostrando un forte sbilanciamento sui prodotti lavorati. Un’evidenza, quest’ultima, che conferma l’importanza della fase della trasformazione industriale nel sistema delle filiere agroalimentari, rispetto a una componente primaria (agricola), invece, strutturalmente deficitaria.
 

Anche l’incidenza delle esportazioni agrifood sul totale dell’export nazionale, seppure inferiore a quella di altri paesi, ha fatto segnare un incremento costante negli ultimi anni. Nel 2010 si attestava all’8,2%, ma ha raggiunto il 9% nel 2017 per sfiorare quota 10% nel 2023. Sono dati che riflettono le buone performance delle categorie merceologiche che maggiormente caratterizzano il sistema agroalimentare italiano e che ne costituiscono l’elemento trainante.

L’Italia vanta anche molti primati nel settore, rivela lo studio Ambrosetti. È il primo esportatore mondiale di pasta, con una quota pari al 45% degli scambi globali, ma è anche leader nel comparto dei trasformati a base di pomodoro destinati al consumo finale (al 26,7% la quota). È il secondo maggiore esportatore di vini, nocciole, mele e kiwi e vanta un primato anche per numero di ristoranti tipici nelle maggiori città extra-europee, precedendo Francia e Spagna. I ristoranti italiani sono il 12% di tutti i ristoranti di New York e di quelli di Melbourne, la stessa quota arriva al 13% a Rio de Janeiro e a 5% a Tokyo. Cibo e bevande italiane rappresentano, inoltre, un’importante leva per l’attrattività turistica, con l’Italia riconosciuta come prima destinazione enogastronomica al mondo.

In relazione agli sviluppi più recenti, la dinamica delle esportazioni - basandosi su un’analisi Ismea - è stata positiva per tutti i campioni del made in Italy, con l'unica eccezione dei vini in bottiglia che, dopo il buon risultato del 2022, hanno perso il 2,7% del fatturato estero.

 


Vini e spumanti restano le categorie più esportate con un peso sul totale del 7,9%. Tra gli altri comparti di maggiore rilievo, i derivati dei cereali hanno sperimentato una crescita dell'8%, trainati soprattutto dai prodotti della panetteria e della pasticceria (+12%), contro l’1,3% di aumento delle paste. Migliore il bilancio delle vendite all’estero di prodotti ortofrutticoli freschi (+9,1%) e trasformati (+10,9%), di formaggi e latticini (+11,6%) e di oli d'oliva (+14%).

Da una lettura incrociata dei dati, emerge che in quest’ultimo anno la crescita delle esportazioni è stata esclusivamente determinata dalle dinamiche inflazionistiche, considerati gli esiti invece negativi dei flussi reali riscontrati per tutte le principali produzioni. Un divario, quello tra gli andamenti monetari e reali, che se da un lato dimostra la capacità dell’agrifood italiano di generare valore dalle proprie produzioni, dall’altro rivela un rilevante potenziale ancora da esprimere.
Le importazioni riguardano principalmente materie prime non trasformate e prodotti semilavorati. Primeggiano il caffè non torrefatto, gli oli extravergine di oliva, mais, bovini vivi e carni suine fresche, oltre a frumento tenero e duro.

Va anche detto che nell’attuale contesto di crisi dovuto ai cambiamenti climatici e alle relazioni internazionali che non accennano a rasserenarsi (ne sono prova i segnali di frammentazione degli scambi commerciali e il ritorno del protezionismo) si prefigura uno scenario più complesso, ma non per questo privo di opportunità.

Le ultime evidenze, aggiornate al primo trimestre 2024, restituiscono una dinamica ancora positiva e in accelerazione rispetto all’anno scorso. Tra prodotti primari e alimenti lavorati, comprensivi del beverage, le esportazioni agroalimentari italiane hanno totalizzato, da gennaio a marzo 2024, 17 miliardi di euro, mettendo a segno una crescita del 7% su base annua.

Dai Paesi Ue quasi due terzi del fatturato estero

Una geografia ancora poco differenziata. Con l'Ue che resta il “centro gravitazionale” dell’export agroalimentare italiano, con un assegno di 41,9 miliardi di euro nel 2023, corrispondenti a quasi due terzi del fatturato estero complessivo del settore. Sui tre gradini del podio ci sono Germania, Francia e Stati Uniti, seguiti da Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi e Svizzera. Esclusi gli Usa, che dall’Italia acquistano soprattutto vini, oli d’oliva e pasta, gli altri sbocchi, anche se extra-Ue, sono comunque di mercati di prossimità, o ex partner come nel caso di Londra. Tra i follower c’è il Belgio e a seguire la Polonia, dove si sono avuti di recente incrementi significativi dell’export tricolore e dove il primo prodotto made in Italy è il caffè torrefatto. Stessa evidenza in Romania, anche se il paese si posiziona molto più in basso nella classifica dei mercati di sbocco.

Tra i destinatari non Ue rivestono un certo peso anche il Giappone e il Canada, ma i più recenti sviluppi segnalano andamenti negativi delle vendite in entrambi i Paesi. Complessivamente, nel club dei Ventisette le esportazioni agroalimentari italiane sono cresciute e un ritmo dell’8,2%, decisamente più sostenuto rispetto a quello rilevato nel resto del mondo con l’1,3% di aumento. Solo frazionale la crescita in Usa dove l’export ha fatto segnare l’anno scorso un più 0,9 per cento.
 

Italian sounding e contraffazioni costano al Made in Italy agroalimentare
98 miliardi di fatturato aggiuntivo ma “solo” 63 sono recuperabili

Le stime aggiornate dal modello econometrico di The European House - Ambrosetti su un fenomeno diffuso soprattutto in Giappone, Brasile e Germania. In questi mercati,  in media, su 10 prodotti esposti sugli scaffali della grande distribuzione 7 evocano l’italianità, mentre solo 3 sono realmente italiani.

Tra i fattori limitativi dell’export agroalimentare italiano c’è il fenomeno del cosiddetto Italian sounding, che assume una valenza molto significativa sul piano delle mancate vendite oltre confine. Il termine si riferisce alla pratica di associare a prodotti agroalimentari elementi evocativi dell’Italia, come nomi, immagini e riferimenti geografici, al fine di promuoverli in modo ingannevole presso consumatori ignari della reale provenienza dei prodotti.
L’anno scorso, secondo le stime aggiornate dal modello econometrico di The European House - Ambrosetti, l’Italian sounding avrebbe generato all’estero 98 miliardi di euro di fatturato. Ma limitando la quantificazione del fenomeno alla parte ritenuta effettivamente “recuperabile” dalle filiere italiane, la stima di questo mancato incasso scende attorno ai 63 miliardi di euro.

Il potenziale delle esportazioni agroalimentari italiane arriverebbe, in questo modo, a 127 miliardi di euro, più o meno il doppio dell’attuale valore delle vendite all’estero.
Il modello è stato declinato anche a livello regionale, con l’obiettivo di calcolare l’impatto dell’Italian sounding nei diversi territori italiani. Da questa valutazione è emerso un assegno (in termini di mancato export) di 10,2 miliardi di euro a spese della Lombardia, seguita in questa speciale classifica dal Veneto, con 10 miliardi, e dall’Emilia-Romagna con un importo solo di poco inferiore. Quarto è il Piemonte, mentre la prima regione del Sud interessata da questo fenomeno è la Campania seguita, ma a distanza, dalla Puglia; sovraesposta anche la Toscana.

L’Italian sounding è diffuso soprattutto in Giappone, Brasile e Germania. In questi mercati, in media, su 10 prodotti esposti sugli scaffali della grande distribuzione 7 evocano l’italianità, mentre solo 3 sono “genuini” made in Italy. Significativa l’incidenza del fenomeno anche in Usa e Regno Unito, meno in Canada, Australia e Cina, dove è però molto elevata la quota di consumatori che vorrebbero acquistare prodotti italiani.

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