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Un camion di spazzatura che viene scaricato nel mare ogni minuto. É l'immagine che dovremmo avere in mente per avere un'idea della quantità di plastica che finisce nel mare ogni anno: 8 milioni di tonnellate ogni anno. É stato stimato che il costo futuro per rimuovere la plastica accumulata nell'ambiente supererà il costo di prevenirne la dispersione (in Europa la stima è di 630 milioni di euro all'anno).

Prima di parlare dell'impegno delle aziende, si deve ricordare che in Italia dal 14 gennaio 2022 è scattato il divieto di immettere al consumo i prodotti in plastica monouso se non realizzati in materiale biodegradabile e compostabile con percentuali di materia prima rinnovabile uguali o superiori al 40% (dal 2024 diventerà 60%).

Le aziende negli ultimi anni spesso si sono organizzate per favorire comportamenti virtuosi finalizzati alla riduzione drastica del consumo di plastica monouso. Per questo motivo le imprese, indipendentemente dal settore di appartenenza, hanno diffuso borracce brandizzate per sostituire le bottigliette di plastica che spesso si trovano sulle scrivanie di ufficio. In generale, le azioni delle aziende sono rivolte alla riduzione del packaging dei prodotti utilizzati dai dipendenti.

 

Ma vediamo quali sono le conseguenze del mancato smaltimento della plastica nel mondo. Attualmente la stima economica dell'impatto ambientale determinata dal packaging plastico ammonta a 35 miliardi di euro, secondo le stime della Ellen MacArthur Foundation. Non solo governi e ong, anche le aziende possono impegnarsi su questo fronte riducendo l'impiego di plastica. Possono così rispondere all'obiettivo 12 dell'Agenda 2030 dell'ONU: “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”.

 

É necessario, però, spiegare anche come la plastica finisce nei mari. La plastica in gran parte arriva in mare attraverso i fiumi: 12.300 tonnellate di microplastiche e 13.600 tonnellate di macroplastiche sono arrivate in mare attraverso i maggiori 369 fiumi del mondo. I tre fiumi con i dati peggiori sono stati lo Shatt al Arab (5,2 migliaia di tonnellate in Asia), l’Indo (4.000 tonnellate, sempre in Asia) e il Fiume Azzurro (3,7 migliaia di tonnellate). Seguono il Gange, il Danubio e l’Amur.

 

La pandemia di Coronavirus non ha fatto altro che peggiorare questa situazione. 8,4 milioni di tonnellate di plastica, tra mascherine, guanti e altri prodotti legati alla gestione del Covid-19 sono state riversate nell’ambiente. Di queste, secondo le stime di uno studio condotto dall’Università di Nanchino, in Cina, e dalla University of California di San Diego, almeno 26 mila tonnellate sono finite negli oceani.

 

Secondo il report il trattamento dei rifiuti di plastica non ha tenuto il passo con l’aumento della domanda: i rifiuti non gestiti vengono così scaricati nell’ambiente e una parte raggiunge l’oceano. La quantità di plastica sfuggita agli impianti di smaltimento, infatti, oscilla tra 4,4 e 15,1 milioni di tonnellate. Circa l’88% della plastica in eccesso proviene dagli ospedali, i dispositivi di protezione individuale come le mascherine, invece, incidono per circa l’8%, mentre la plastica derivante dallo shopping online contribuisce per il 5%.